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Jonathan Kogasso vince l’EBU Silver: “Determinazione e fede: così sono diventato un campione”

Foto di Keila Guilarte

È veloce quando schiva i pugni dell’avversario, spietato quando colpisce e letale quando riesce a stendere il nemico. Sarà per questo che i suoi amici lo hanno soprannominato “Mamba”? Forse. Quel che è certo è che Jonathan Kogasso, trentunenne italiano originario del Congo, ha vinto all’Allianz Cloud il match per il titolo EBU Silver dei massimi leggeri contro l’ucraino Ramazan Muslimov. Mentre sale quella manciata di gradini per salire sul ring, in pochi secondi passa da ragazzo timido («quando ho davanti una persona che non conosco, mi devi strappare le parole dalla bocca») a belva indomabile e feroce di fronte all’avversario. La sua è un’anima bipartita. C’è sicuramente l’Africa, continente che lui ha visto poco, ha amato tanto e dal quale si è allontanato a soli otto anni, pieno di nostalgia e al tempo stesso speranza. Ma c’è anche la provincia pavese, dove ha trascorso gran parte della sua vita, studiando, facendo mille lavori (magazziniere, sicurezza, bibliotecario, giardiniere), trovando l’amore e costruendo una famiglia. Da un lato bad boy che «spacca di botte l’avversario perché sul ring è guerra», dall’altro il gigante buono (191 centimetri) cresciuto secondo gli insegnamenti imparati all’oratorio di Voghera. Tra le righe di questo confronto, la nostalgia per l’infanzia a Kinshasa (Congo), gli esordi, i traguardi, il successo, il rapporto con la spiritualità e i progetti del suo avvenire (che si preannuncia radioso).

Foto di Keila Guilarte

Manca poco e avrai raggiunto venti vittorie. Di fronte a tutti questi traguardi, provi più orgoglio o nostalgia?

“Anche se la strada è ancora lunga, pensando a come tutto è iniziato e vedendo dove oggi sono arrivato, provo sicuramente orgoglio. Sono fiero di me stesso e del percorso che ho fatto fin qui”.

Qual è il ricordo più bello della tua infanzia?

“Quando ero in Congo, dopo la messa della domenica io e la mia famiglia andavamo in pasticceria, compravamo la torta e, tornati a casa, preparavamo uova e latte. Mi viene da ridere perché in Italia sarebbe follia, ma quella super colazione era il momento più bello della settimana. Per me era un rito, anzi il rito, che porterò sempre nel cuore. Non vivo più lì da 23 anni, ma ho tanti momenti che custodisco con affetto. Per il poco che avevamo, i miei genitori non hanno mai fatto mancare nulla, né a me, né ai miei fratelli”.

Hai raccontato di aver vissuto l’infanzia con tuo padre e che, vedendolo, sei cresciuto con l’idea dell’uomo che sa sempre fare tutto. Qual è l’insegnamento più grande che hai imparato da lui?

“Anche se ho passato poco tempo con i miei genitori, lui è stato al tempo stesso severo e amorevole, e da lui ho imparato l’arte di adattarmi e di arrangiarmi da solo. Questo è ciò che ho imparato e che voglio trasmettere a mio figlio”.

Foto di Keila Guilarte

Tra l’altro, anche lui faceva boxe. È l’unica cosa che avete in comune?

“A parte il cognome e la fisionomia, è sicuramente ciò che più ci accomuna. Anche perché come carattere non ci somigliamo molto: lui, avendo un background militare, era molto duro di carattere; io invece sono più dolce e timido. Quando ho davanti una persona che non conosco, infatti, mi devi strappare le parole dalla bocca. Il pugilato, però, mi ha mi ha dato quella confidenza e quella sicurezza necessarie per salire sul ring e competere con l’avversario”.

In un’intervista hai detto di essere stato un ragazzo cresciuto in fretta: come mai?

“La mia famiglia non mi ha mai buttato in situazioni catastrofiche. Semplicemente, sono stato messo sin dall’inizio davanti alla realtà delle cose e sono cresciuto in una famiglia che mi ha insegnato i valori importanti della vita, primo fra tutti la capacità di badare a me stesso. Quando dall’Africa mi sono spostato a Voghera, i primi periodi sono stati molto duri. Immagina un bambino di otto anni che non non vive più con i genitori, i fratelli e gli amici, in un posto diverso e con abitudini differenti. Prima o poi ti ci abitui (e infatti così è stato), ma all’inizio avevo tanta nostalgia perché mi mancava tutto”.

Hai ancora dei rapporti con le persone di Kinshasa? Sanno dei tuoi traguardi?

“Lì ho ancora la famiglia, i fratelli, mio padre, tanti parenti e amici d’infanzia. Sono tutti tutti fieri di me, mi supportano, tifano per me e li porto sempre nel mio cuore nonostante la lontananza. Mi ritengo un ragazzo fortunato: di difficoltà ne ho avute poche. La più grande fortuna è stata quella di trovare in Italia i miei zii, che mi hanno sempre trattato come un figlio e mai come un nipote. Anche se avevano poco, non mi hanno mai fatto mancare niente. E quel che mi hanno dato, per me è oro: mi hanno cresciuto, mi hanno fatto studiare e mi hanno insegnato quei valori che mi hanno reso l’uomo che sono oggi”.

Foto di Keila Guilarte

In che modo la tua infanzia, nel bene o nel male, ha inciso su tutto ciò che nella vita hai fatto o ti è successo?

“La mia infanzia è stata determinante perché, dopo essere stato mandato in Europa, ho capito il mio vero scopo nella vita: avere un futuro migliore e aiutare la mia famiglia. Quando sono cresciuto, tanto a livello mentale quanto a livello spirituale, mi sono detto: “Qualunque cosa io farò nella vita, la farò sì per stare bene, ma anche, e soprattutto, per non vanificare il sacrificio che gli altri hanno fatto per me”.

Da Kinshasa infatti arrivi a Voghera, dove hai studiato, imparato l’italiano, frequentato l’oratorio e giocato a pallone. A dodici anni, però, durante una partita, hai sentito gli ululati dei genitori sugli spalti e ti sei messo a piangere. Inizialmente stavate perdendo 0-2, poi è arrivata la rimonta e siete riusciti a vincere 3-2 perché tutti avevate triplicato gli sforzi. Come hai fatto a sopportare, piccolo come eri, una cattiveria tanto grande?

“Con un pizzico di intelligenza si riesce ad andare oltre. Per me era un gesto dettato dall’ignoranza. La mia più grande dote è la saggezza (nonostante l’età alcuni dicono che la mia sia la saggezza tipica dei vecchi), che mi ha sempre aiutato a gestire situazioni difficili come questa. Smaltita la rabbia, mi sono detto: “Ma sì, sono un branco di ignoranti”. Al mio fianco c’erano i miei compagni, i loro genitori e l’allenatore: loro invece mi hanno sempre fatto sentire a casa. Anche grazie a loro
sono stato capace di andare oltre”.

A Voghera sperimenti prima il calcio e poi, a diciotto anni, arriva la boxe…

“La passione per il calcio si è spenta pian piano: avevo capito che non sarebbe stata quella la mia strada. Era il periodo adolescenziale: difficilmente sai davvero cosa vuoi fare da grande. La mia missione era solo una: fare qualcosa di grande. E la boxe nel frattempo… mi è capitata. E per questo devo ringraziare un amico, che ha insistito per mesi: “Vieni in palestra, vieni in palestra, vieni in palestra!”. Forse l’universo, forse Dio, forse chissà cosa, sta di fatto che mi sono messo sulla strada della boxe e ho scoperto che era esattamente quello che volevo fare”.

Qual è stato il momento in cui ti sei sentito per la prima volta un vincente?

“La prima volta che ho vinto la cintura da professionista. Ho chiamato subito mia madre. Era insieme ad altre persone e, quando le ho raccontato del traguardo, lei e tutti gli altri hanno iniziato a urlare, a fare il tifo: erano felicissimi. Lei in particolare: “Tu diventerai un campione, mi chiameranno la mamma del campione. Adesso prendiamo una cassa di birre, beviamo e facciamo festa per te!”.

Foto di Keila Guilarte

Ce l’hai fatta più per determinazione o per talento?

“Senza dubbio per determinazione. Direi settanta percento determinazione, trenta percento talento”.

Spesso gli sportivi, dopo aver raggiunto un certo livello di traguardi, si montano la testa. C’è mai stato un momento in cui ti sei sentito al centro del mondo?

“No, e non penso mi capiterà mai. Non voglio montarmi la testa: innanzitutto perché ancora penso di non aver fatto nulla; e poi perché sono convinto che per cadere basti un attimo. Piedi sempre piantati a terra: oggi sei al top e tutti ti amano, domani inciampi e non ti rimane più nulla”.

Quali sono i pro e i contro del successo?

“Da un lato mi spaventa la mancanza di privacy. Dall’altro mi piace essere riconosciuto per quello che faccio e ricevere un complimento. Quindi diciamo che ciò che mi piace del successo diventa facilmente anche ciò che del successo mi dà noia”.

Ti interessa il giudizio dei tifosi o hai imparato a non farci caso?

“Mi vanno bene le critiche, ma i giudizi, specialmente quelli tanto cattivi, non piacciono a nessuno. Sto imparando a non farci più caso. “Ma a me che me frega? Vado avanti lo stesso”. Anzi, per me quei giudizi sono come benzina. Vogliono vedermi crollare? Benissimo, non vedo l’ora di smentirli tutti”.

Dentro di te senti che il meglio è alle spalle o c’è ancora spazio per migliorare?

“Credo di non aver ancora tirato fuori il meglio di me. Sento di non aver ancora sfruttato al cento percento il mio potenziale. È un continuo lavoro su me stesso, da quando ero un bambino a oggi, soprattutto a livello mentale. Prima ero un bambino che non sapeva niente della vita. Oggi, invece, sono un uomo consapevole di aver sfruttato al massimo tutte le possibilità e le sfide che ho avuto davanti. So che la vita è difficile, ho imparato a darmi da fare e a godere dei momenti (anche quelli piccoli), perché la vita è talmente veloce che passa in un momento. La vita va vissuta, viaggiando, ballando, mangiando, aiutando gli altri. Se passi il tempo ad annegare nelle sofferenze e nei problemi, non ha senso vivere”.

Quali sono i principi quando sei sul ring?
“Beh, quando sei sul ring il mio unico principio è spaccare di botte l’avversario! (ride) Non ce n’è per nessuno… Sul ring purtroppo è guerra”.

Fare uno sport così impegnativo, specialmente a livelli così alti, significa togliere tempo ed energie a tutto ciò che ti circonda… qual è il sacrificio più grande che hai fatto?
“Il tempo che abbiamo è limitato, e io ne dedico veramente tanto allo sport: sere fuori, spesso giorni interi, alcune volte anche settimane. E quel tempo lo tolgo alla mia fidanzata, agli amici, ai parenti, e a tutte le persone a cui voglio bene. Non mi sento in colpa perché so che non sto facendo niente di sbagliato, però è un sacrificio importante”.

La vittoria e la sconfitta, secondo te, sono due esperienze completamente diverse o tutto sommato sono due facce differenti della stessa medaglia?
“La sconfitta fa parte della vita ed è parte integrante della tua crescita. Se capisci perché hai perso e impari la lezione, è solo questione di tempo: prima o poi la vittoria arriva”.

Spesso attorno al pugilato c’è un po’ il pregiudizio di uno sport per persone aggressive…
“È uno sport aggressivo, ma le persone che lo praticano non lo sono. In questo sport, due uomini si affrontano seguendo regole ben precise e si affrontano ad armi pari. La violenza, per me, è un’altra cosa: è spingere una persona per strada o offendere qualcuno senza motivo. Tra l’altro, non vedo molti sport dove a fine gara ci si abbraccia dopo aver fatto a botte per ore. Io con i miei avversari faccio sempre così, ed è un abbraccio spontaneo che viene dal cuore”.

Foto di Keila Guilarte

Un atleta non può mentire a se stesso davanti allo specchio. I limiti che ti pesano di più sono quelli del corpo o della mente?
“Credo che la mente sia il motore di tutto: ti puoi allenare quanto vuoi, ma finché non sei sicuro e determinato, finché non sei libero e convinto, finché sei teso e nervoso, non performerai mai al massimo”.

Che rapporto hai con la spiritualità?
“Credo in Dio grazie a mia madre che mi ha trasmesso la fede. A volte, lo ammetto, l’ho un po’ persa: siamo esseri umani, viviamo in una società che ci offre tante distrazioni e spesso cerchiamo conforto nei piaceri materiali. In realtà, ho capito che niente di tutto ciò ti dà la pace: quando finisce il rumore, quando si stoppa la musica, quando ti trovi da solo con i tuoi pensieri, lì ti senti vuoto e realizzi che è il caso di rifugiarsi nella fede. Quando prego, chiedo tre cose: il perdono, la salute e la serenità. Per me, per i miei cari e anche per i miei nemici. Ed è grazie alle preghiere che sto cercando di superare il lutto di mia madre, morta recentemente”.

Qual è il tuo più grande obiettivo?
“Quando ho iniziato, il mio obiettivo era fare qualcosa di buono, per permettere a me e alla mia famiglia in Africa una vita dignitosa. Questo sport non è come il calcio, che ti assicura un discreto benessere una volta che raggiungi un certo livello. Qui devi essere il numero uno e basta. Oggi voglio essere il migliore sul ring. Fuori dal ring, invece, voglio essere un uomo capace di tener fede ai propri principi e di amare”.

Nella vita hai avuto tutto o manca ancora qualcosa all’appello affinché tu possa dirti felice?
“Ho avuto tanto, quasi tutto direi: amore, sostegno, amicizie. Sono ottimista, guardo il bicchiere mezzo pieno e sono riconoscente per tutto ciò che mi è capitato”.

Per cosa speri di essere ricordato?
“Spero solo di lasciare un ricordo positivo a chi verrà dopo di me”.

Ti viene in mente un libro che hai letto, una canzone che hai ascoltato o un film che hai visto che ricorda, anche vagamente, la tua vita?
“Sì, è un libro intitolato «La via del guerriero di pace». È la storia di un atleta americano che, tra università e successi vari, si sente sul tetto del mondo, finché all’improvviso un incidente gli cambia la vita. Grazie a un saggio che conosce in una stazione di servizio e che diventa il suo mentore, intraprende prove difficilissime attraverso le quali non solo torna in sé, ma sviluppa tutto il suo potenziale. Ovvio, nel libro c’è un finale, io sono ancora nel processo”.

Il giorno della tua vita che rivivresti?
“Quando mia mamma è venuta a trovarmi in Italia dopo tredici anni che non la vedevo. Ero un bambino quando me ne sono andato, ero praticamente un adulto quando l’ho rivista. È stato il giorno più emozionante della mia vita, indescrivibile, fortissimo e inspiegabile: la mamma, si sa, è sempre la mamma. Non ho mai pianto così tanto in vita mia per la gioia che ho provato”.