WELBY, VEDOVA A RUINI: NON LE SERBO RANCORE

6 Settembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

9Colonne) – Roma, 6 set – La moglie di Piergiorgio Welby, il 60enne malato di distrofia muscolare morto nel dicembre scorso dopo che da tempo aveva chiesto a Napolitano il permesso di staccare la spina dal respiratore che lo teneva in vita da anni, scrive una lettera a Camillo Ruini pubblicata sulla prima pagina dell’Unità dal titolo “Eminenza non le serbo rancore”. “Eminenza Reverendissima – esordisce Mina Welby -, che Lei sia tornata a parlare della vicenda dolorosa di Welby mi fa pensare che si trova ad affrontare una profonda crisi interiore, dovuta probabilmente alle continue rimostranze da molte parti anche dell’ambiente ecclesiastico che non hanno approvato la Sua decisione di non far celebrare il funerale religioso. Io voglio unicamente pensare che era stata una decisione affrettata. Purtroppo le notizie si accavallarono con le più svariate opinioni che vennero manifestate in quel periodo, e mancava la chiarezza. La richiesta di Piergiorgio fu semplicemente quella di non infierire oltre con la terapia ventilatoria che gli procurava grandissima sofferenza”. “Per il modo come Piergiorgio ci ha lasciati, cioè in pace con tutti dopo una vita spesa per gli altri – aggiunge -, sono sicura che Dio misericordioso lo abbia accolto” e ricorda l’articolo 2278 del Catechismo cattolico nella parte in cui dice che “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”. E nota quindi che “le vicende umane su questa terra rischiano sempre equivoci e storture, l’importanza è quella dell’onestà intellettuale e di poter dare chiarezza alle nostre azioni”, concludendo di “non serbare rancore verso nessuno”.