WALL STREET: UN ERRORE STARE
ALLA FINESTRA?

15 Maggio 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Financial Trend Analysis e’ una societa’ che opera nel settore dell’Analisi Tecnica. Le analisi di borsa qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – La borsa Usa è presa tra due fuochi: da un lato i dati macro sembrano dipingere un quadro dove l’inflazione potrebbe alzare la testa, costringendo la Federal Reserve a mettere nuovamente mano alla leva dei tassi di interesse nonostante i buoni propositi del suo nuovo governatore, dall’altro la stagione delle trimestrali è stata buona.

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Il 70% circa delle aziende facenti parte dell’indice S&P500 che hanno comunicato gli utili hanno fatto meglio delle stime degli analisti, ed in molti casi si sono sbilanciate positivamente anche per il futuro. Nel primo trimestre le imprese statunitensi hanno visto crescere gli utili in media del 16% rispetto al trimestre precedente, con quelli delle aziende comprese nell’S&P 500 che salgono oltre il 10% per il 15esimo trimestre consecutivo.

Il contesto economico è così positivo che è difficile per gli investitori rimanere a guardare senza comprare. In quest’ottica la attuale fase di ripiegamento dei listini, americani ed europei, potrebbe fornire una buona opportunità di ingresso su prezzi inferiori ai massimi dell’anno, e quindi più facilmente difendibili in futuro nel caso, anche a causa della stagionalità (un detto arcinoto invita a vendere a maggio per poi ripresentarsi acquirenti solo nell’ultima parte dell’anno), i prezzi dovessero rimanere in un range laterale o addirittura avviare una correzione ribassista per qualche tempo.

A remare contro gli acquisti di titoli Usa per gli investitori di casa nostra potrebbe essere poi anche il dollaro. Recentemente la moneta americana ha intrapreso infatti una tendenza di debolezza, guardata senza troppa ostilità da parte della Fed (e molto più in cagnesco invece dalla Banca del Giappone, che tuttavia da sola può fare ben poco per contrastarla), che rischia di proseguire anche nel medio termine. E’ evidente che comprare un’azione americana denominata in dollari rappresenta per il risparmiatore che ragioni in euro un doppio rischio: da un lato può essere il titolo stesso a deprezzarsi, dall’altro il cambio.

Ragionando un attimo sull’entità dei movimenti coinvolti si capisce tuttavia che i due diversi fenomeni vanno considerati con due scale di misura diversi: se un’azione nel corso di pochi mesi può anche raddoppiare (o dimezzare) il suo valore, il cambio euro dollaro difficilmente va incontro ad oscillazioni percentuali tanto elevate. In base alla storia degli ultimi mesi è ragionevole pensare che l’euro dollaro possa oscillare nei prossimi mesi nel range 1,20-1,40. Questo significa che il rischio di deprezzamento per il compratore che ha come riferimento l’euro, rispetto ai livelli attuali, è di circa il 7/8%.

Non trascurabile certo, ma nemmeno così ampio da sconsigliare a priori l’investimento su di un mercato dove, scegliendo il titolo giusto, si possono ipotizzare guadagni tali da compensare abbondantemente l’eventuale perdita dovuta alla oscillazione del cambio. Fermo restando quindi il rischio che alla fine a trionfare sui mercati azionari siano i timori inflazionistici (e che quindi il ribasso visto nelle ultime sedute non sia solo la solita correzione ma una fase negativa di più lunga durata) e non l’euforia per i profitti aziendali e tenendo ben presente il rischio implicato da un investimento in una valuta diversa dalla propria, rimane un esercizio degno di attenzione quello di cercare di individuare i livelli sui quali intervenire in acquisto, magari traducendo poi le soglie di intervento individuate in pratica tramite lo strumento degli ETF (Borsa italiana quota l’Etf Ishares S&P 500, isin IE0031442068, che ha come benchmark appunto l’S&P500).

L’indice stesso presenta, nonostante la recente flessione, un quadro grafico incoraggiante. I prezzi hanno infatti superato già a partire da gennaio il 62% di ritracciamento del ribasso dal top di 2000, confermando quindi l’ipotesi che quella in atto dai minimi del 2002 è una tendenza rialzista dotata di una propria dignità e non una semplice correzione rispetto alla precedente discesa. Se le quotazioni riuscissero a lasciarsi alle spalle ora quota 1310/15, massimi del maggio 2001, sarebbe possibile assistere ad un nuovo impulso rialzista, con obiettivo verso area 1380/85 almeno.

Nel medio / lungo periodo si può ipotizzare anche il ricongiungimento con i massimi storici di area 1550, un’operazione nella quale ha già quasi avuto successo il più ristretto Dow Jones Industrial. Sarebbe solo la discesa al di sotto di area 1250/60 (50% retracement del rialzo dai minimi di ottobre ’05 e media a 200 giorni) a determinare una decisa perdita di momentum rialzista, costringendo ad una revisione delle aspettative riguardanti l’indice, almeno per il medio termine (per il lungo termine una inversione del trend rialzista avverrebbe solo al di sotto di area 1150).

In quel caso potrebbe essere cosa saggia ridurre o annullare l’esposizione in strumenti compresi all’interno del paniere, onde evitare il rischio di subire un veloce avvitamento verso i 1150 punti, target fisiologico alla violazione di area 1250. Ma in quel caso sarebbe prudente ridurre tutti gli investimenti azionari, anche quelli fuori dal mercato Usa, dal momento che probabilmente si creerebbero le condizioni per un ridimensionamento generalizzato dei listini.

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