WALL STREET RALLENTERA’, MA NON C’E’ DA AVER PAURA

24 Aprile 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Rischia di fare come gli elettori dell’Unione all’uscita dei primi exitpoll, costretti poi sulla graticola per giorni, oppure ha fatto bene Wall Street a festeggiare in anticipo la fine della stretta monetaria? Robert “Bob” Doll è convinto di sì. «Il processo di aumento dei tassi, a quanto ci risulta, dovrebbe essere effettivamente giunto vicino alla conclusione», ci dice al telefono da New York appena tornato dal suo jogging alle 6 ora della east coast. «E’ stato raggiunto un livello di sostanziale neutralità e realisticamente non credo che si andrà oltre», aggiunge. Probabilmente, come tutti convengono, il 10 maggio ci sarà un altro rialzo dello 0,25 fino al 5% secco. Poi basta.

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Di Bob Doll c’è da fidarsi: dal settembre 2001 è presidente nonché Chief Investment Officer, insomma il numero uno, della Merrill Lynch Investment Managers (Mlim). Per lui lavorano oltre 500 fra economisti, analisti, gestori, sparsi nei cinque continenti, su un totale di 2.500 dipendenti. La Mlim è uno dei tre maggiori gestori di fondi del mondo, con asset patrimoniali al 31 marzo 2006 pari alla quasi incredibile somma di 581 miliardi di dollari (la filiazione italiana, guidata da Andrea Viganò, gestisce 6 miliardi di euro). Offre tutta la possibile gamma di prodotti innovativi per investitori istituzionali, privati e fondi comuni. Fra i suoi clienti ci sono 141 delle 500 maggiori aziende del mondo e 33 banche centrali. Master in business administration alla Warthon School di Filadelfia nel 1980, prima di entrare in Merrill Lynch nel 1999, Doll è stato capo degli investimenti alla Oppenheimer Funds.

Cosa vuol dire ‘sostanziale neutralità’ nei tassi?
«Che i tassi d’interesse non assolvono più alla funzione di stimolo monetario né sono viceversa di ostacolo alla crescita».
Hanno quindi raggiunto un livello ottimale?
«Diciamo che spingerli al di sopra del 5% sarebbe troppo, significherebbe un segnale preciso che c’è un allarmeinflazione e che l’economia va in qualche modo temperata. Invece di questo non c’è traccia. Le conseguenze di un oveshooting, ‘andare al di là della logica’ sarebbero solo negative, e la Fed giustamente vuole evitarle. Anziché un soft landing andrebbe incontro ad un hard landing con tutti i tormenti che ne conseguirebbero. La lettura delle ‘minute’ delle ultime riunioni secondo me non lascia spazio a dubbi che tutto questo sia ben presente».

Veramente l’inflazione in America non è bassissima. Il consumer price index è stato del 3,4% di tasso annualizzato in marzo. E’ vero che in settembre era al 4,7 ma è più alto di quello che la Fed vorrebbe…
«Non bisogna guardare all’headline infation ma al tasso core, depurato dai volatili valori di energia e alimentari, che è più basso e ampiamente sotto controllo. E poi, lei stesso ha citato dati dai quali si evince che l’inflazione sta scendendo, e calerà ancora».

Però sarà ‘gonfiata’ ma quella ‘dichiarata’ è l’inflazione che la gente sente sulla propria pelle. Fino a quando dureranno le tensioni sul petrolio?
«Non credo che il greggio salirà molto oltre le quotazioni attuali, diciamo che dovrebbe aver toccato i massimi (73,72 mentre parliamo, venerdì). Potrebbe anzi scendere, in concomitanza con un certo rallentamento dell’intera economia mondiale e con l’auspicabile calo delle tensioni geopolitiche».

Quanto vale, a quest’ultimo proposito il fattore Iran, che si aggiunge a quello Iraq?
«Non più di 510 dollari. Il grosso dell’aumento è dovuto ad elementi di mercato, a partire dalla fortissima domanda di un’economia globale in espansione. Ma ora il tutto dovrebbe rallentare».
Anche l’economia americana rallenterà?
«Sì, ma niente di drammatico. Quest’anno si viaggia su livelli più sostenibili, intorno al 3%, un marcato rallentamento rispetto agli ultimi due anni quando la crescita è stata rispettivamente del 4,2 e del 3,8%».

Ma la Fed ha raggiunto i suoi scopi?
«Missione della Fed è contemperare la crescita economica e la stabilità dei prezzi. Direi che gli è riuscito».
Bernanke assicurerà alla Fed la necessaria indipendenza, non è troppo vicino al presidente di cui era capo degli economisti?
«Non penso che ci sia questo problema. Bernanke ha la preparazione accademica e la competenza tecnica per proseguire con successo nell’opera di Greenspan. Ovviamente non ha un’esperienza ‘politica’ da presidente della Fed, ma abbiamo fiducia che lo farà bene».

Ma il fatto che i tassi siano passati dall’1 al 5% in due anni come ha influito?
«Secondo me le conseguenze si vedranno solo ora, e neanche subito. Ci sarà qualche leggero rallentamento nella spesa dei consumatori, che negli ultimi 5 anni ha rappresentato l’80% del pil ed è quindi il singolo fattore più importante di sviluppo. E’ un fenomeno che come dicevo uscirà fuori nei prossimi due trimestri, in concomitanza con il rallentamento del refinancing sui mutui, dovuto ad un certa stasi nei mercati immobiliari causata a sua volta appunto dai rialzi nei tassi. Infine, sempre i prossimi due trimestri potrebbero riservare alcune sgradite sorprese i bilanci delle società quotate, i cui margini di profitto sono a livelli da record grazie appunto ai tanti anni precedenti di denaro a buonissimo mercato e che invece ora risentiranno, oltre che dei più alti tassi, dei rincari delle materie prime, petrolio in testa».

Sembrano le premesse ad un crollo di Wall Street…
«No, niente di tutto questo. Sono solo le condizioni per il fisiologico rallentamento dell’economia di cui parlavo. In Borsa, quello che avverrà sarà probabilmente un ridimensionamento di alcune quotazioni, che potrebbe arrivare al 10%. Del resto, il ciclo di 19 mesi, passato il quale tradizionalmente c’è un ribasso appunto di tale ordine negli indici, è già stato ampiamente superato perché sono tre anni che il mercato cresce continuamente. Ma, attenzione: tutto questo non significherà affatto un crollo nelle quotazioni. Solo che si determineranno buone occasioni d’acquisto. La tendenza sul medio termine resta buona».

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