Società

WALL STREET:
ECCO IL CAMPIONE
DEL TOP-DOWN

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Il Valore e’ un settimanale in grado di venire incontro alle esigenze degli opinion maker del settore Borsa e Finanza sia degli investitori e dei risparmiatori. Le analisi di borsa qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Ed Yardeny è chief investment strategist di Oak associates. Da molti anni
produce analisi sui mercati molto
seguite dalla comunità finanziaria e
con le sue ricerche aiuta gli investitori a
gestire i propri portafogli. Prima di
approdare a Oak associates ha lavorato
per Equity group Lcc, Deutsche Bank,
C.J. Lawrence, Prudential securities
e E.F. Hutton. In quest’intervista,
illustra ai lettori de Il Valore le sue
più recenti strategie di investimento
nell’attuale contesto economico.

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Qual è l’approccio utilizzato da Oak
associates?
«Oak gestisce un portafoglio di circa
30 miliardi di dollari per clienti istituzionali
e privati. Utilizziamo un approccio
alquanto aggressivo, con portafogli
concentrati su non più di 25 titoli,
che di solito teniamo per un periodo
di tre-cinque anni».

Come fate a selezionare i titoli che
comporranno il portafoglio dei vostri
clienti?
«Non facciamo screening del mercato
utilizzando tecnologie quantitative, ci
concentriamo soprattutto sulla capacità
di generare una forte crescita dei profitti
su un periodo di tre-cinque anni.
Quando parlo di forte crescita, intendo
un incremento a due zeri. Il nostro
approccio è infatti tipicamente topdown
e orientato a portafogli di tipo
growth. Se un’azienda è in grado di produrre
un simile tipo di crescita non ci
preoccupiamo più di tanto dei multipli
di mercato che può avere, a differenza di
quanto farebbe un investitore value».

In quali settori investite attualmente?
«Abbiamo vari portafogli: per esempio
uno con un focus molto marcato
sulla tecnologia, che ovviamente negli
ultimi anni ha avuto performance
piuttosto volatili, un altro invece più
bilanciato che investe soprattutto in titoli
di comparti quali l’energia e il settore
manifatturiero, in grado di capitalizzare
sul boom globale».

Visto la quantità di soldi che gestite e
la concentrazione del portafoglio, si
direbbe che non state investendo in
small cap.
«Effettivamente investiamo esclusivamente
in large cap statunitensi e non
allochiamo fondi neppure sui mercati
emergenti. Avere trascurato small e
mid cap, nonché altre piazze, negli ultimi
anni ha ovviamente influito sulle
nostre performance. Siamo però convinti
che in futuro il nostro approccio
riserverà grandi soddisfazioni agli investitori
».

Visto che utilizzate una metodologia
top-down, che tipo di outlook avete
sull’economia internazionale?
«Decisamente positivo: è mia ferma
convinzione che siamo nel mezzo di
un boom globale, che sta portando a
una maggiore prosperità in tutto il
mondo. Per esempio negli Usa ci
aspettiamo che la crescita del Prodotto
interno lordo (Pil), per quest’anno
e per il 2007, dovrebbe mantenersi intorno
al 3%. La crescita mondiale non
dipende però solo dagli Usa, ovviamente.
Cina e India stanno attraversando
una fase estremamente positiva,
e si può dire lo stesso anche per l’Europa,
grazie al forte export in settori
quali quello dei beni in conto capitale.
Idem per il Giappone: trascinato dalla
Cina, sta vivendo una fase economica
molto positiva».

In questo scenario le banche centrali,
e in particolare la Fed, non possono
guastare pesantemente la festa?
«Non credo, sono convinto che quello
del prossimo agosto sarà l’ultimo rialzo
della Fed almeno per un po’ di
tempo.Non enfatizzerei le paure di inflazione.
Infatti gli alti prezzi delle materie
prime sono stati finora riassorbiti
dalla forte crescita della produttività.
Questo trend continuerà: sono convinto
che i dati sulla produttività per il
secondo trimestre e per la seconda
metà dell’anno saranno sorprendentemente
buoni».

Neppure il rallentamento del mercato
immobiliare, e dei consumi in generale,
negli Usa può cambiare il quadro
generale della situazione?
«Non più di tanto. Se guardiamo per
esempio al settore delle costruzioni e
alle azioni del comparto, siamo già in
fase di recessione. L’economia americana
è però estremamente diversificata
e reattiva: comparti quali i servizi finanziari,
l’entertainment, le attività ricreative,
o i trasporti sono in pieno
boom. Ciò dovrebbe essere sufficiente
a controbilanciare un’eventuale crisi
localizzata. Per quanto riguarda i consumi
invece c’è, e ci sarà probabilmente
nel breve periodo, un rallentamento
dovuto agli alti prezzi della benzina.
Ma una volta però che la gente si abituerà
a convivere con questo scenario
riprenderà a spendere. Complessivamente
ci sono degli elementi negativi
nello scenario
generale,
ma sono più che compensati dalla crescita
globale, che c’è e continuerà a essere
presente».

Che obiettivo avete per il mercato in
generale?
«Il potenziale di apprezzamento dell’S&
P 500 è più che buono: per i prossimi
12-18 mesi vediamo come realistico
l’obiettivo a 1.400 punti. La crescita
dei profitti è e dovrebbe continuare
a rimanere robusta, il rapporto
prezzo/utili (p/e) è ai livelli più bassi
dal 1995».

Come mai allora l’azionario statunitense
è cresciuto così poco rispetto ad
altre realtà?
«Si tratta in effetti di una situazione
per certi versi frustrante: probabilmente
sono strascichi che hanno condizionato
negativamente gli investitori,
in seguito allo scoppio della bolla
degli anni ‘90. Dico sempre che negli
ultimi anni abbiamo avuto un bull
market dei profitti e un bear market
dei multipli».

Secondo lei la situazione della liquidità
globale continuerà a essere favorevole
ai mercati? Non teme per esempio
un deleveraging pesante da parte
degli hedge fund ?
«La situazione della liquidità è ancora
ottima, c’è un’impressionante quantità
di soldi sul pianeta e per quanto riguarda
i rischi connessi all’attività dei
fondi speculativi, sinceramente ho
sentito ripetere più volte questa storia
negli ultimi tre anni, ma a ben vedere
non si è mai rivelata corretta».

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