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VOLETE DIVENTARE RICCHI? CONCENTRATEVI

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(WSI) – I portafogli dei veri ricchi sono uno schiaffo alla diversificazione. La fortuna, insomma, bacia i maghi della concentrazione. L’invito a non prendere troppo alla lettera la la regola d’oro «mai tutte le uova in un solo paniere» viene da uno scienziato convertito alla finanza. Ashvin Chhabra, PhD in Fisica a Yale nel 1989, oggi è un guru di Merrill Lynch e guida un gruppo incaricato di sviluppare strategie innovative per il wealth management.

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Chhabra studia i ricchi per farli diventare più ricchi e ha elaborato una strategia che coniuga i loro comportamenti reali con la teoria del portafoglio efficiente di Harry Markowitz, il premio Nobel del 1990 che, appunto, consegnò al mercato il manuale dell’investitore razionale.

Dunque Markowitz è superato? «No. Ma oggi possiamo andare oltre, mettendo insieme le sue preziose elaborazioni e i suggerimenti della finanza comportamentale», dice Chhabra.
Ed ecco, in sintesi, quello che viene fuori. Chi diversifica bene? Nessuno. E i veri ricchi men che meno. I multimiliardari alla Bill Gates, non hanno accumulato la loro fortuna applicando alla lettera il comandamento di comprare di tutto un po’ e di vendere gli asset che hanno guadagnato molto. Le mega ricchezze sono nate facendo l’opposto, cioè credendo in un unico progetto ad alto rischio e vincendo la scommessa.

E se la fortuna guarda da un’altra parte? «Appunto. Markowitz non va buttato via, ma riletto – commenta Chhabra -. I vincenti che non diversificano ci dimostrano che il rischio legato alle grandi aspirazioni è quello che fa la differenza. Ma che non può occupare l’intero patrimonio. Quello che si mette nel comparto delle aspirazioni va dato per perso. Se vinco raddoppio, se brucio tutto non mi cambia la vita». Il benchmark della parte di portafoglio investita in «rischio da grandi aspirazioni» è il massimo guadagno possibile. Di che cosa parliamo? Stock option aziendali o un rilevante pacchetto azionario di un’unica società. Ancora: la seconda casa, il private equity, un hedge fund.

Lo zoccolo duro delle ricchezze è quello rappresentato dai beni che sono il «rischio personale» e che devono essere preservati per non mettere in pericolo il proprio standard di vita: prima casa, cash, lavoro, Bot, beni individuali. L’indice di riferimento per misurarne stabilità e valore è l’inflazione.
In mezzo tra i due c’è il rischio di mercato, la parte di patrimonio che ciascuno può investire in asset finanziari classici: azioni di tutti i tipi, bond di tutte le classi e così via. Il benchmark, come ha insegnato Markowitz, è il rischio aggiustato per il rendimento.

Per gli ultra ricchi, gli eredi delle grandi dinastie industriali, la strategia di Chhabra si spinge oltre. I «rischi da ambizione» dei padri che hanno sfidato e vinto la fortuna non hanno effetti eterni. I figli se ne devono prendere altri e cercare la loro strada.
In India, terra Natale di Chhabra, una delle più grandi storie di evoluzione familiare è quella dei Premji. Il padre partì decenni fa con un’azienda di fiammiferi e olii per cucinare. Il figlio, Azim Premji, ha investito in una software house, la Wipro technologies, che oggi è una delle potenze del listino di Bombay con vero respiro globale.

E per i più che non hanno (e mai avranno) fortune sterminate? «La teoria si può applicare a qualunque patrimonio – spiega Chhabra -. Anche chi possiede piccole quantità di denaro può decidere di fare una scommessa, coltivando un minimo rischio da aspirazione».

L’importante è arrivare a capire che un’equilibrata gestione dei propri beni (tanti o pochi che siano) non può avvenire se non si rompono i compartimenti stagni, conclude Chhabra. Quello che abbiamo già e quello che potremmo realisticamente raggiungere fanno parte di un unico piano strategico.

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