“Grid is greedy”: perché la rete è troppo avida

30 Dicembre 2022, di Redazione Wall Street Italia

di Carmine Covino, behavioral & process manager

La rete, intesa come catena distributiva di servizi e soluzioni finanziarie destinate al pubblico indistinto, che ‘trattiene, ‘trasferisce’ ma a mio avviso non genera una congrua ricchezza all’ignaro investitore. Vorrei essere sicuro di esprimere efficacemente il concetto:

  • puoi raccontare tutte le storie che ti pare su come produrre ottimi risultati nel medio-lungo termine;
  • puoi offrire tutte le migliori “strategie azionarie globali flessibili” che ti pare;
  • puoi promettere di “contenere tutta la volatilità espressa dai mercati su cui ti esponi”;
  • puoi esaltare tutta l’efficienza delle “più diversificate gestioni geo-settoriali”;
  • realizzare ritorni anche con resilienza e persistenza…
…ma se alla fine della fi(li)era, il conto che presenti è fuori dalla grazia divina, in conclusione non hai restituito nulla!
Chiarisco meglio: se con un compound di costi al 3%, in meno di 24 anni, incassi l’equivalente del capitale iniziale investito, con una ‘pressione’ commissionale del 4,75% (spese correnti annue) ottieni lo stesso obiettivo, ma in appena 15 anni.
Qual è dunque l’obiettivo? Beh, non è abbastanza chiaro?
Un autentico, graduale trasferimento patrimoniale; più per ‘donazione’ che per successione; un ‘obliquo’ meccanismo che potremmo declinare così: “Fund falling fees” (Fff).
Mi chiedo, vi chiedo: dov’è l’etica? Quanto (e quando) basta? Qual è, e chi dovrebbe definire, un equo ‘fair-value’ del pricing consulenziale?
Questi modelli aziendali – esempi di indiscussa eccellenza del marketing – non creano nessun valore per l’investitore; si tratta di ‘organismi’ (meccanismi) che possiedono la spiccata propensione a estrarre valore, non a produrlo; caratteristica, quest’ultima, che inerisce le aziende sottostanti, che compongono i panieri e gli indici selezionati dai gestori.