VIVA IL MERCATO, MA CON I SOLDI DELLO STATO

11 Settembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – “I nuovi strumenti di dispersione di rischio [che] hanno consentito alle banche più grandi e più sofisticate… di spogliarsi di una gran parte del rischio di credito trasferendolo a istituzioni con minore grado di indebitamento… hanno contribuito allo sviluppo di un sistema finanziario molto più flessibile ed efficiente, e perciò meno sensibile agli shocks, di quello che esisteva appena un quarto di secolo fa..”

Queste di Alan Greenspan, che riprendo da un articolo di Luigi Spaventa, appartengono di diritto alle ‘ultime parole famose’, tra le quali acquistano ulteriore preminenza quando si pensi che sono del 2005, meno di due anni prima della esplosione della crisi subprime e di tutto ciò che ne è seguito e continua a seguirne.

Se tuttavia Greenspan avesse detto che le banche più grandi e sofisticate sarebbero divenute, per la strategia da lui descritta, quella dell’originate and distribute, ancora più inattaccabili da eventuali procedure fallimentari, egli avrebbe avuto senz’altro ragione. Gli eventi seguiti alla esplosione della crisi, ormai più di un anno fa, oltre a rivelare quanto pesante fosse il coinvolgimento delle stesse grandi banche in pratiche finanziarie che definire dubbie è generoso, hanno anche mostrato l’assoluta impossibilità di accettare l’insolvenza di anche una solo di loro, perché la strategia del trasferimento sistematico di rischi che hanno adottato per molti anni ha avuto la conseguenza di coinvolgere nei loro problemi tutto il sistema finanziario mondiale.

Quest’ultimo, così come le autorità di vigilanza, americane e di altri paesi, era perfettamente conscio dei pericoli insiti nella strategia delle grandi banche. Ma la frase di Greenspan che ho citato all’inizio, dimostra anche che le autorità hanno guardato con grande favore alla strategia stessa e forse l’hanno addirittura suggerita.

Di certo, essa è stata possibile solo perché le autorità di governo e monetarie degli Stati Uniti, e poi anche di molti altri paesi, hanno concepito e attuato, a partire almeno dal 1980, ma con effettivo inizio dopo la prima crisi del petrolio, nel 1973, una decisa politica di liberalizzazione finanziaria, che aveva per scopo primo la creazione di grandi piazze finanziarie capaci di attirare i capitali della rendita petrolifera, ma aveva come base teorica la certezza che banche sempre più grandi avrebbero aumentato l’efficienza dell’intero sistema. L’obiettivo era dunque di far crescere, insieme, banche e mercati, non di far dissolvere gli intermediari nei mercati.

Un sistema finanziario liberalizzato e integrato, tuttavia, sarebbe stato assai più fragile e suscettibile di crisi di uno segmentato e controllato. Questo fummo in parecchi a scriverlo, sin dall’inizio dell’esperimento. Bisognava quindi, per la particolare natura del credito, trattato da banche e altri operatori finanziari sempre più come una merce qualsiasi e non come un rapporto interpersonale basato sulla fiducia, che le autorità si preparassero, specie negli Stati Uniti, a trasformarsi da “prestatori di ultima istanza” a “prestatori di prima istanza” (rivendico la paternità di questa definizione), cioè a prestare riserve in continuazione a un mercato affollato di banche alle quali era permesso di tenere sempre meno capitali e riserve prudenziali, allo scopo di aumentare profitti e competitività.

Nell’ultimo quindicennio, a parte qualche eccezione di breve durata, le autorità monetarie americane hanno assicurato liquidità sovrabbondante al mercato, fidando nella scomparsa, per un periodo veramente lungo, di ogni minaccia inflazionistica. Esse hanno anche, quando hanno provato a stringere i cordoni della borsa, con molta decisione assistito quelle istituzioni finanziarie che, abituate al prestito di prima istanza, si erano spinte troppo in là nella costruzione di piramidi creditizie gigantesche su basi di capitale esigue. I salvataggi hanno così assunto dimensioni via via maggiori e caratteristiche sempre più lontane dalla normale prassi legale.

A partire dall’anno scorso, essi sono divenuti talmente frequenti e legalmente avventurosi da far concepire a parecchi osservatori la sensazione che si sia entrati in una nuova era, quella della fine della liberalizzazione e del ritorno ai controlli.

Ma le azioni delle autorità hanno anche generato, nei manager e negli azionisti di imprese di altri settori economici in difficoltà, da quello dell’automobile a quello delle aerolinee, l’aspettativa che pure nei loro confronti le autorità si comportino come hanno mostrato di fare nei confronti del sistema finanziario. Essi richiedono quindi che sia assicurato in ogni momento il “prestito di prima istanza” come si è fatto e si fa con le banche, e che il governo si faccia carico di interventi a loro favore generosi e frequenti almeno quanto quelli approntati con tanta fantasia legale per banche e istituzioni finanziarie di ogni genere.

Poiché si tratta di un fenomeno contagioso, esso sembra essersi diffuso all’intero universo di coloro che, negli Stati Uniti ma anche in Inghilterra e in altri paesi, hanno acceso mutui fondiari, non riescono a pagarne le rate e a restituirne il capitale e rischiano di perdere la casa. E anche a quelli che hanno debiti su carte di credito e prestiti di consumo.

Più che l’ingresso in una nuova era di controlli autoritari, quindi, quello che sembra profilarsi, negli Stati Uniti e in altri paesi, è la istituzionalizzazione della liberalizzazione all’americana degli ultimi vent’anni: gli agenti economici sono liberi di fare esattamente quello che vogliono, di avere dalle autorità il “prestito di prima istanza” e hanno anche il diritto di essere salvati quando le loro azioni li conducono a battere contro un muro o a rischiare di cadere da un precipizio.

Questo, e non un ritorno agli anni ‘30 e alla economia controllata chiede l’opinione pubblica, almeno negli Stati Uniti. Libertà di agire come meglio si crede, senza il rischio, che è parte integrale del liberismo vecchia maniera, di dover pagare per i propri errori.

Ci si deve chiedere da cosa possa nascere una pretesa tanto diffusa ad avere la botte piena e il marito ubriaco (perchè deve essere per forza la moglie?). E’ una pretesa naturale, se ci si pensa bene, che sarebbe del tutto praticabile laddove non si dovesse, come si deve, combattere col dilemma di risorse scarse e di desideri infiniti.

Le cose del mondo, negli ultimi vent’anni e in particolare negli ultimi quindici, sono andate in una direzione che ha fatto prematuramente gridare alcuni osservatori, facili all’entusiasmo, che i tempi della economia della scarsità erano finiti e che ciascuno poteva puntare ad avere il massimo per sé, senza essere limitato dalla disponibilità di risorse.

Questo perché la liberalizzazione finanziaria nel paese centro del sistema mondiale e la globalizzazione di produzione e commerci, erano accompagnate da una retorica rumorosa che attribuiva il merito di una temporanea sospensione di quello che gli economisti chiamano “vincolo di bilancio” al funzionamento sempre più libero ed efficiente dei mercati e alla loro continua estensione. Si affermò addirittura che l’economia di mercato non avesse bisogno di istituzioni imposte da fuori e dall’alto, perché avrebbe creato via via quelle di cui aveva bisogno per funzionare al meglio.

Non si disse quindi al pubblico ignaro che quanto stava accadendo era permesso da una modifica nel senso prima ricordato del comportamento delle istituzioni. Esse non erano scomparse e non erano create dai mercati, ma restavano e divenivano sempre più importanti per i mercati stessi. Permettevano a ognuno di sentirsi libero dal vincolo di bilancio e anche dal patriottismo economico. Lo si faceva praticando, per la prima volta in molti decenni, la globalizzazione della produzione e degli scambi, così che ognuno potesse produrre dove voleva e consumare beni e servizi prodotti in qualsiasi parte del mondo, e allo stesso tempo fornendo a chiunque lo volesse quantità quasi illimitate di risorse finanziarie.

Questa splendida giostra ha continuato a girare per parecchi anni, divertendo tutti e convincendo parecchi sulle sue capacità di farlo anche nel futuro. Ogni tanto si è interrotta bruscamente, ma le provvide autorità sono prontamente intervenute per farla ripartire.

Un anno fa la giostra ha smesso di girare. La folle corsa dei prezzi delle materie prime e del petrolio aveva seminato il dubbio che il tempo dei pasti gratis stesse per finire. L’incertezza ha invaso i mercati ed essi si sono accorti di non avere al proprio interno alcuno strumento per combatterla e ridurla. Gli interventi delle autorità hanno dovuto farsi incessanti e sempre più pesanti. Sono state di nuovo autorità ed istituzioni non create dal mercato, ma esterne ad esso, a dover intervenire per tentare di ridare equilibrio a mercati che le proprie istituzioni se le stavano creando, ma di un tipo che accresce invece che diminuire l’instabilità. Pensiamo solo alle società di rating e ai coefficienti di capitale per le banche, introdotti dai controllori su richiesta esplicita delle grandi banche occidentali.

Al momento, tuttavia, l’azione delle autorità non sembra strutturalmente diversa da quel che è stata nell’ultimo quarto di secolo. Essa continua a permettere l’illusione che il mondo sia uscito dalle tenaglie della scarsità e che ciascuno possa rischiare e sbagliare senza dover pagare per i propri errori, se è una istituzione finanziaria e se è abbastanza grande. Perché meravigliarsi se il resto dell’umanità reclama di poter essere trattato allo stesso modo?

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