VISTI I PROGRAMMI ECONOMICI
DEI DUE POLI,
MEGLIO ASTENERSI

18 Febbraio 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Da buttare. C’è da sperare che i programmi
economici delle due coalizioni che stanno
dando vita alla peggiore (e più lunga)
campagna elettorale della storia repubblicana,
non vengano per nulla rispettati. Altro
che misurare quanto il centrodestra abbia
realizzato dei suoi progetti del 2001, altro
che immaginare quanto il centrosinistra,
se vincesse le elezioni, sarebbe in grado di
attuare del centinaio di pagine di contenuto
economico sul totale delle 281 di programma
di governo. Qui c’è da buttare tutto
al macero.

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Siamo di fronte a un disastro:
non un minimo di verità sulla condizione
della finanza pubblica,
che non consente di mettere
in pratica quasi nulla
delle tante promesse
elargite all’elettorato,
salvo peggiorare ancor
più i conti dello stato;
non una qualche analisi
sulla necessità di modificare
il modello di sviluppo e gli assetti del nostro
capitalismo; poco o niente sul sistema di
welfare da trasformare nella direzione delle
opportunità, e dunque da ridurre sul terreno
dei diritti. Tutti, invece, impegnati a
confermare quel federalismo che, introdotto
prima con la riforma del titolo V della
Costituzione e poi ribadito con la devolution,
ha saputo solo generare danni: ha fatto
lievitare la spesa pubblica, ha compensato
con le tasse locali la riduzione delle
aliquote delle imposte nazionali, ha impedito
la realizzazione delle grandi opere introducendo
ulteriori “filtri” nei passaggi
burocratici.

Davvero: se si dovessero realizzare
le politiche urlate in campagna elettorale,
e soprattutto se le “non politiche” taciute
rimarranno tali, il paese non uscirà di
certo dal suo declino strutturale.
Prendiamo il centrodestra. Il programma
ufficiale – i famosi “dieci punti”, ovvero il
secondo “contratto” con gli italiani – ancora
non c’è, ma è ovvio che il giudizio si basi
sull’operato del governo uscente.

E qui ci
aiuta il documentato Luca Ricolfi, che nel
suo “Tempo scaduto” edito dal Mulino, nel
fare il tagliando al primo Berlusconi (i suoi
dati si fermano al 2004 e quindi non coprono
il Berlusconi bis) sostiene che l’unica
promessa del 2001 mantenuta per intero è
stata quella relativa all’aumento delle pensioni
minime, mentre sugli altri punti del
programma il giudizio è articolato ma nel
complesso sostanzialmente negativo. Il lavoro
di Ricolfi è davvero molto analitico, e
dunque difficilmente controvertibile, e
quel che più conta non appare mai prevenuto.

Ma il vero nodo è un altro: sta nella
fragilità dell’analisi fatta a suo tempo,
quando si immaginavano tassi di crescita
del tutto illusori e quindi spazi di manovra
sul piano della finanza pubblica assolutamente
inesistenti. Un errore che il governo
non ha avuto il coraggio e la lungimiranza
di correggere, neppure di fronte a un avvenimento
epocale come l’11 settembre, peraltro
evocato a sproposito, quale giustificazione
della stagnazione permanente in
cui l’economia italiana ha vissuto in questi
cinque anni.

Al contrario, il governo ha proceduto
di semestre in semestre a pronosticare
che quello successivo sarebbe stato
decisivo per la ripresa, senza attuare uno
straccio di politica industriale e “bruciando”
la propria coesione politica sulla questione
delle grandi opere e persino sul nucleare
– dimostrata a inizio legislatura con
la “legge obiettivo” – sull’altare del dilettantismo
politico nella gestione dell’apparato
burocratico e soprattutto del localismo
più becero generato dal federalismo. Ovvio,
quindi, che a fine mandato il piatto dei risultati
soppesati da Ricolfi pianga.

Così
com’è significativo che lo stesso studioso torinese
abbia preventivamente calcolato in
80 miliardi, al netto delle manovre di correzione
dei conti pubblici, il costo annuo
delle promesse fatte in questi giorni dal
premier – dall’abolizione dell’Irap all’ulteriore
riduzione delle aliquote fiscali passando
per un ritocco delle pensioni minime
a 800 euro – che presumibilmente finiranno
per diventare il nuovo contratto con gli
italiani.

L’enciclopedia ulivista del “nuovismo”

Non meno disperante – e anche qui Ricolfi
ci conforta – è il quadro programmatico
del centrosinistra. Non solo perché, come
scrive Alberto Alesina sul Sole 24 Ore,
“281 pagine sono inutili e fuorvianti, piene
di luoghi comuni e senza alcuna scala di
priorità”, ma soprattutto perché non c’è né
un’analisi seria sulla condizione della nostra
economia – cosa che sarebbe stata più
facile per una forza che è stata all’opposizione
– né l’ombra di un progetto paese. Il
programma di Prodi è una sorta di enciclopedia
del “nuovismo”, con la furia iconoclasta
di chi vuole azzerare sempre e comunque
il lavoro del governo precedente.

L’esempio più calzante è quello del mercato
del lavoro, un terreno sul quale il governo
Berlusconi ha ottenuto buoni risultati –
Ricolfi nel suo libro parla di “deprecarizzazione”,
cioè esattamente il contrario delle
accuse che da sinistra si avanzano – e dove
la continuità con le riforme del centrosinistra
del 1996 (vedi “pacchetto Treu”) è stata
fondamentale. Invece nel programma di
Prodi si parla di “superamento della legge
Biagi” – finendo per sposare la “linea
Fiom” – quando gli stessi riformisti del centrosinistra
hanno sempre detto che si sarebbe
dovuta semplicemente completare.
Laddove si avanzano suggerimenti giusti,
come quello del taglio del cuneo fiscale, si
evita di quantificarne i costi – nello specifico,
i cinque punti ipotizzati sacrificherebbero
un punto di pil – e tantomeno di indicarne
le coperture.
Parafrasando Totò: e poi dice che uno si
butta sull’astensione!

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