Verso un mondo senza lavoro: utopia o incubo?

19 Settembre 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Non viene più messo in discussione il concetto secondo i robot sostituiranno gli esseri umani nella gran parte dei lavori più comuni. Anche perché sta già accadendo sotto i nostri occhi. Cassieri, camerieri, operai, dipendenti delle catene di produzione, call-center e altri dipendenti nei servizi alla clientela, come nei trasporti: sono tanti gli impieghi destinati a scomparire.

Nonostante il progresso compiuto nella robotica e nell’intelligenza artificiale, chi vive oggi, anche chi non ha ancora fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro, dovrà rassegnarsi a lavorare fino al raggiungimento dell’età pensionabile. Replicanti in stile Blade Runner o Star Trek rimangono ancora lontani generazioni. Tuttavia è innegabile come la rivoluzione digitale sia già in atto e in un futuro non troppo lontano l’offerta di lavoro rimarrà ristretta a pochi lavori di alto livello.

Nuove tecnologie e macchinari rivoluzionari ruberanno il 6% della forza lavoro entro il 2021 negli Stati Uniti, stando a un rapporto della società di ricerche di mercato Forrester. Economisti e politici stanno cercando di trovare una soluzione a un dilemma: come migliorare la qualità della vita senza aumentare ulteriormente le disuguaglianze e senza che la disoccupazione si concentri in alcune aree specifiche.

In un periodo di crisi in un mondo ormai globalizzato la crescita dei salari non riesce a tenere il passo di quella dell’inflazione. Forse bisognerebbe ripensare la struttura della società e il sistema stesso dei salari. La rivoluzione digitale sta cancellando alcuni lavori di routine e faticosi e permette ormai ai lavoratori più qualificati di eseguire con pochi sforzi compiti che prima richiedevano l’impiego di un personale numeroso.

Via i salari e reddito di base per tutti

Il problema principale riguarda la prospettiva di una offerta di lavoro sempre più scarsa per il personale meno qualificato. Le economie fanno fatica ad adattarsi al cambiamento tecnologico e a stare al passo con i tempi. Il mercato del lavoro ha reagito nell’unico modo possibile all’arrivo delle nuove tecnologie: chi è alla ricerca disperata di un impiego non ha molte opzioni se non quella di accettare buste paga ridotte.

I datori di lavoro usano questo fenomeno – quello dell’alta domanda di dipendenti “disperati” – per far fare loro lavori che potrebbero, se necessario e con le dovute risorse, essere portati a termine dalle macchine. Finché ci sono tante persone disposte a fare lavori di difficoltà limitata a un costo moderato per l’azienda, è chiaro che le società come i gruppi operanti nel settore dei servizi, per esempio, non avranno alcuna fretta di investire in nuove tecnologie.

Un altro esempio: gli uffici legali non investono negli scanner di documenti sofisticati e nelle tecnologie di analisi del testo perché possono permettersi di pagare una miseria gli stagisti e gli altri assistenti aspiranti avvocati per farlo. Lavori a bassa produttività e pagati male sono ancora in abbondanza.

Tutto questo ci dice quanto difficile e complicata sia la creazione di un mondo senza lavoro. “La sfida più grande rappresentata da una rivoluzione economica non è quella di scoprire e sviluppare nuove tecnologie, bensì trovare come ridefinire e ridisegnare la società in modo tale da rendere le tecnologie utili e non dannose” per il mondo del lavoro, scrive Ryan Avent sul Guardian.

La società e le autorità non ci sono ancora riuscite e i ricchi stanno diventando sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Un mondo senza lavoro può funzionare solo se non è più attraverso il lavoro che si distribuisce il potere di acquisto ai cittadini.

In un futuro in stile Star Trek dovremmo liberarci dei soldi e dei prezzi, perché una produttività in aumento consentirà alla società di offrire alla gente quello che vuole e di cui ha bisogno a costo zero. Per liberare il popolo dal lavoro, evitando un collasso della società, bisognerà però trovare un modo per canalizzare i soldi e distribuirli a chi non ha un impiego.

I salari continuano a restare la principale fonte di reddito dei cittadini. In futuro potrebbe essere lo stato a distribuire un reddito fisso, magari anche fin dalla nascita, e a fornire i servizi principali come istruzione, sanità e bene immobiliare. Il rischio è che si crei un mondo distopico orwelliano in cui lo stato controlla tutto, anche le nostre libertà individuali.

Serve un’azione politica concertata perché il passaggio alla “robotizzazione” della società e del mondo del lavoro sia fluido e indolore. Il primo problema è che ci vorrà del tempo. Il secondo è che “dispensare soldi a tutti e in cambio di nulla non è necessariamente quello in cui sono interessate le masse” oggigiorno. La pressione e il lavoro eccessivo sono diventati status symbol, un modo per dare un senso alla nostra vita e per affermarsi, salendo la scala del successo in società.

Lavorare 15 ore a settimana è possibile

Il dibattito politico è già aperto da tempo, ma già sul semplice reddito di base i pareri sono discordanti e le correnti di pensiero numerose e completamente differenti. Mentre per certuni, avere tempo libero è quasi considerato come essere disoccupati, secondo altri, come il giornalista Rutger Bregman del Guardian, è economicamente e socialmente dimostrabile (VEDI VIDEO) il fatto che esiste possibilità di “lavorare 15 ore la settimana e non avere problemi”.

Sembra un’utopia ma, secondo Bregman, “se smettessimo di svolgere lavori inutili e concedessimo a tutti un reddito di base potremmo recuperare molte ore e cambiare il modo in cui viviamo”.

Chi teme che questo ci renderebbe pigri e insoddisfatti e a chi ha paura che non lavorare equivarrebbe a sprecare il nostro tempo, dovrebbe riflettere su due elementi su tutti:

  1. sono i cittadini maggiormente stakanovisti dei paesi in cui si lavora di più (Stati Uniti e Regno Unito), a passare il maggior numero di ore davanti alla televisione;
  2.  il 37% dei lavoratori britannici pensa di svolgere un lavoro inutile. E questi sono solo quelli che ne sono consapevoli.

“Se mantenessimo solo i lavori più utili e concedessimo a tutti un reddito di base potremmo recuperare moltissime ore del nostro tempo libero” e ripensare il modo in cui viviamo.

Fonte principale: The Guardian