VERSO IL FLOP IL PIANO AMERICANO DI STIMOLO

20 Febbraio 2009, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Gli Stati Uniti hanno approvato il più grande piano fiscale in periodo non bellico, 787 miliardi di dollari, seguito da un ambizioso piano di supporto del mercato edilizio per altri 275 miliardi. Funzioneranno? Temiamo di no. Non solo da un punto di vista politico, ma anche da quello economico la legge fiscale è un compromesso.

Da un lato Larry Summers, che voleva un piano di spese immediato, mirato e temporaneo, dall’altro i democratici tradizionali, che chiedevano più stanziamenti per infrastrutture ed educazione. Meglio di niente, si dirà. Vero, ma ci sono due punti cruciali su cui giudicare l’efficacia di questo pacchetto di misure. Primo: in generale servono di più tagli fiscali o aumenti di spesa? Secondo: in questa recessione, quali tagli di imposte e aumenti di spesa sono particolarmente necessari?

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Sulla prima domanda vi è molta incertezza, come notava Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore dell’8 febbraio). È vero che vi sono opinioni contrastanti, ma noi crediamo che la maggioranza degli studi empirici indichi che in genere sgravi fiscali sono più efficaci che aumenti di spesa per rilanciare l’economia. Ad esempio, una ricerca pubblicata già dieci anni fa su Economic Policy (Alberto Alesina e Silvia Ardagna, ottobre 1998) esaminava tutti i casi di forti stimoli di bilancio nei Paesi Ocse sin dai primi anni 60: il risultato era che le espansioni dal lato delle imposte rilanciavano la crescita più di quelle dal lato della spesa. E Christina Romer (una delle economiste nel team Obama) in un recente lavoro con David Romer ha confermato che negli Stati Uniti gli sgravi fiscali sono stati più efficaci degli aumenti di spesa per stimolare la crescita.

Ecco, allora, che la preponderanza di aumenti di spesa rispetto a tagli fiscali nel pacchetto di Obama preoccupa. Soprattutto perché alcuni dei programmi di spesa non avranno effetto immediato e quelli legati alla tutela ambientale mescolano il breve periodo (la crisi) con il lungo periodo (la politica ambientale) in un modo che ne complicherà l’attuazione riducendone la rapidità di effetto.

Ma forse la seconda domanda è ancora più cruciale. Le famiglie americane sono indebitate moltissimo. In questo momento sgravi fiscali sul reddito familiare sarebbero molto probabilmente destinati al risparmio anziché ai consumi. In fondo, una delle ragioni di questa crisi iniziata dai mercati finanziari era appunto l’eccessivo indebitamento degli americani. Prima li si accusava (forse a ragione) di consumare troppo, ora è difficile chiedere loro di consumare ancora di più per far uscire il mondo dalla crisi.

Certo, se i consumatori cinesi e tedeschi cominciassero a consumare di più sarebbe tutto di guadagnato, ma purtroppo questa non è una variabile che l’amministrazione Obama possa controllare. Quello che il nuovo presidente può fare è preoccuparsi dei mercati finanziari americani, dove la crisi è nata e continua. Basta guardare allo spread tra i titoli del Tesoro e le obbligazioni meno rischiose (tripla A). Tradizionalmente questo spread è di circa mezzo punto percentuale, oggi è di 4 punti e mezzo.

Nonostante i bassi tassi d’interesse sui titoli di Stato, quindi, le imprese trovano l’accesso al credito costoso e questo riduce i loro investimenti. I tagli fiscali andrebbero quindi indirizzati alla ripresa del flusso del credito e agli investimenti delle imprese. Il 2009 e forse anche il 2010 saranno anni difficili per le aziende. Incentivi fiscali temporanei, che spingano le imprese a non posporre investimenti, servirebbero a sostenere domanda aggregata e occupazione.

Servirebbero anche altri incentivi fiscali che incoraggino gli investitori ad assumersi una maggiore dose di rischio. Per esempio, la crisi borsistica ha fortemente ridotto i fondi che gli americani avevano accumulato per le pensioni. Si potrebbero detassare ulteriori contributi a questi fondi a condizione che siano investiti in titoli rischiosi, così da ridurre il premio per il rischio pagato dalle imprese.

La mancanza di fiducia e il pessimismo sono tra le cause della gravità della crisi. La leva fiscale va usata per contribuire a un ritorno della propensione al rischio, sia da parte di creditori sia dei debitori. Questi incentivi devono valere per tutti, non per questo o quel settore.

Dal lato dalla spesa, e questo in parte il piano di Obama lo fa, vanno aumentati i trasferimenti sociali ai disoccupati, cioè a coloro che soffriranno temporaneamente delle ristrutturazioni di vari settori industriali. È molto meglio lasciare che le imprese utilizzino la crisi per ristrutturarsi, piuttosto che aiutarle a sopravvivere con sussidi. Le aziende ristrutturate saranno in grado di far ripartire l’economia. Quelle decotte no: possono solo trasformare una severa recessione in una lunga depressione. Da questa crisi si può uscire solo ricreando fiducia nel mercato. Su questo fronte il piano fiscale di Obama fallisce.

Farà di meglio il piano casa? Il lato positivo è che aiuta alcune famiglie in temporanea difficoltà a evitare il default. Ma spinge le agenzie Fannie Mae e Freddie Mac (e quindi il Governo) ad assumersi un grosso rischio immobiliare, non risolvendo il problema fondamentale: una fetta consistente di famiglie ha un mutuo più elevato del valore della casa e rischia di abbandonarla da un momento all’altro. Tanto nella legge fiscale come nel piano casa la strategia sembra quella di coprire i problemi gettandoci sopra i soldi dei contribuenti, invece che risolverli.

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