Venezuela: Petrolio, Usa contro nazionalizzazioni

9 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

Ora è il turno dell’industria petrolifera: dopo l’elettricità e le telecomunicazioni il Governo di Caracas, nell’attuazione del programma di socializzazione dell’economia, decide di entrare con una quota del 60 per cento nelle attività delle società petrolifere che operano per lo sfruttamento delle scisti bituminose nel bacino dell’Orinoco. Tra queste British Petroleum (Bp) e Royal Dutch Shell.
Le riserve potenziali sono a dir poco immani: oltre 2 miliardi di tonnellate di petrolio equivalente, secondo le stime dei geologi. Tuttavia la messa in produzione e il trattamento delle scisti richiede investimenti massicci, oltre 50 miliardi di dollari per produrre circa 600mila barili al giorno di olio pesante da miscelare con greggi più leggeri o da utilizzare per le centrali elettriche. La produzione dall’Orinoco è per ora molto limitata, circa 30mila barili al giorno. Fino a quando, però, i prezzi petroliferi rimarranno oltre i 45 dollari al barile la produzione dalle scisti appare più che competitiva.
Le nazionalizzazioni di Hugo Chavez, che avrebbe già rimborsato 1,8 miliardi di dollari per l’acquisto delle quote private nelle telecomunicazioni, mentre altri 3 miliardi dovrebbero essere rimborsati per l’industria elettrica, stanno mettendo a dura prova gli Stati Uniti, che vedono nel leader venezuelano il successore di quello cubano, Fidel Castro.
Contribuiscono anche ad accelerare la fuga di capitali privati dal Paese caraibico: oltre 10 miliardi di dollari sarebbero stati più o meno illegalmente trasferiti negli ultimi mesi all’estero e il cambio del bolivar sul mercato libero scende a quota 3,95 per dollari, rispetto ai 2,2 del cambio ufficiale. Ma, almeno per ora, il Venezuela non sembra aver grandi problemi finanziari. Le riserve valutarie ammontano a oltre 39 miliardi di dollari controllati dalla Banca centrale e il debito estero è relativamente insignificante.
Bloomberg News spiega che Chavez potrà rilevare entro il prossimo 1° maggio quote di almeno il 60 per cento nelle ultime quattro joint venture petrolifere rimaste ancora private in Venezuela, in base a un decreto da lui di recente firmato. A gestire fino a maggio le aziende, situate nella fascia orientale dell’Orinoco, saranno “comitati di transizione,” spiega il presidente venezuelano nel suo serale intervento radiofonico alla nazione. A maggio, saranno poi insediati management venezuelani, precisa. Non dà invece dettagli sull’eventuale tipo di accordo con le sei compagnie internazionali che investono nei progetti. Al riguardo, afferma solo che vorrebbe che rimanessero, ma in qualità di azionisti di minoranza.
“La privatizzazione del petrolio è finita”, tuona il leader sudamericano. “Questo è l’ultimo spazio che ci era rimasto per recuperare. Il petrolio ora appartiene a tutti i venezuelani”, aggiunge. Dalla sua rielezione il 3 dicembre scorso, Chavez nazionalizza le maggiori società telefoniche e dell’elettricità, riacquistando partecipazioni che definisce “strategiche” per il Paese. Il suo Governo, l’anno scorso, aumenta le royalties imposte alle società petrolifere private straniere e obbliga alcune a entrare in joint venture, riducendo le loro partecipazioni, mentre amplia il ruolo delle compagnie petrolifere di Stato straniere nello sviluppo del bacino petrolifero dell’Orinoco.
Le quattro joint venture che saranno interessate dal provvedimento annunciato sono partecipate da Bp, Chevron, ConocoPhillips, Exxon Mobil, Statoil e Total. I portavoce di Chevron, Conoco, Exxon e Statoil in Venezuela non commenta. Julieta Tucker, che rappresenta Bp a Caracas, dice di non essere informata del decreto e di non essere a conoscenza del contenuto. Chavez annuncia il 1° febbraio scorso che 4mila addetti delle joint venture avrebbero riscosso il loro stipendio presso Petroleos de Venezuela quest’anno. Il Venezuela è tra i Paesi fondatori dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec, ndr) e a gennaio si colloca terza per volume di greggio esportato.
d. r.