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Vendita di marchi: ecco tutte le novità

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Le operazioni permutative aventi ad oggetto marchi sono assoggettate ad uno speciale regime sia con riferimento all’Iva, sia alle imposte dirette. Si supponga che una società residente in Italia ed una residente in Francia abbiano stipulato un accordo che prevede una reciproca cessione della titolarità di un loro marchio, con la facoltà per ciascun contraente di registrare il marchio acquisito in tutti i Paesi comunitari ed extracomunitari in cui la controparte aveva effettuato la registrazione, nonché negli altri Stati non ancora coperti.

Iva
L’articolo 3, comma 2, n. 2 del Dpr 633/1972 considera prestazioni di servizi, tra l’altro, “le cessioni, concessioni, licenze e simili…relative a marchi…”, per cui tutte le operazioni che hanno ad oggetto il trasferimento della titolarità di un marchio sono annoverate in tale categoria e non tra le cessioni di beni. Il successivo articolo 11 dispone che “Le…prestazioni di servizi effettuate in corrispettivo di altre…prestazioni di servizi,…sono soggette all’imposta separatamente da quelle in corrispondenza delle quali sono effettuate”, introducendo il principio secondo cui le operazioni permutative aventi ad oggetto servizi devono essere considerate come due operazioni autonome e l’articolo 13, lettera d) pone rimedio al problema della mancanza del corrispettivo, stabilendo che la base imponibile delle due operazioni è pari al valore normale dei servizi oggetto delle stesse, a nulla rilevando eventuali conguagli in denaro effettuati dalle parti.
Ciò posto, la rilevanza ai fini Iva della prestazione di servizi resa dal soggetto francese avente ad oggetto la cessione, alla controparte italiana, della titolarità del suo marchio deve essere accertata attraverso l’esame del requisito della territorialità, essendo il prestatore un operatore residente in altro Paese della Ue. In particolare, l’articolo 7, comma 4, lettera d) stabilisce, tra l’altro, che le prestazioni di servizi aventi ad oggetto il trasferimento di marchi “…si considerano effettuate nel territorio dello Stato quando sono rese a…soggetti ivi residenti che non hanno stabilito il domicilio all’estero…, a meno che non siano utilizzate fuori dalla Comunità economica europea”, per cui l’operazione è territorialmente rilevante in Italia qualora ricorrano congiuntamente le seguenti condizioni: 1) residenza in Italia del beneficiario della prestazione; 2) utilizzo del servizio all’interno della Ue.
La prima condizione appare sicuramente sussistente, in quanto il cessionario è residente in Italia; con riferimento alla seconda, tenuto conto che la società registrerà i marchi anche in paesi extra Ue, limitatamente a questi, non è pacifico se tale registrazione sia sufficiente per considerare il servizio utilizzato al di fuori del territorio comunitario e, quindi, a sottrarlo all’applicazione dell’imposta. Ciò poiché il concetto di “luogo di utilizzo” è stato individuato dalla prassi dell’Agenzia delle Entrate con definizioni poco chiare e talvolta contrastanti. Sul punto, anche sulla base della definizione contenuta nell’articolo 9 della VI Direttiva Cee, che fa riferimento alla “effettiva utilizzazione ed effettivo impiego del servizio”, appare convincente la tesi elaborata da autorevole dottrina secondo cui per luogo di utilizzo deve intendersi il luogo in cui si realizza il beneficio concreto (e non giuridico) del servizio, vale a dire il luogo ove il servizio è “consumato”.
Applicando la teoria ora illustrata all’operazione di cui all’oggetto, si ritiene che la sola registrazione “mondiale” dei marchi acquisiti non sia sufficiente a considerare il servizio come parzialmente utilizzato al di fuori della Ue, sussistendo il solo beneficio giuridico (la registrazione, appunto) e non anche quello concreto (effettiva commercializzazione dei prodotti in tali territori).
In tale ottica, il luogo di utilizzo del servizio non può che coincidere con quello in cui il beneficiario svolge la sua attività, cioè l’Italia, per cui anche la seconda condizione risulterebbe pienamente soddisfatta. La cessione sarebbe, quindi, prestazione di servizi territorialmente rilevante in Italia, per cui l’operatore residente dovrebbe assoggettare ad Iva il valore normale dei marchi acquisiti, attraverso il meccanismo di autofatturazione di cui all’articolo 17, comma 3. Minori problematiche interpretative sorgono con riferimento all’omologa prestazione realizzata dal contraente italiano. La lettera e) del citato articolo 7, comma 4, dispone, infatti, che tali prestazioni “…rese a soggetti domiciliati o residenti in altri Stati membri della Comunità economica europea, si considerano effettuate nel territorio dello Stato quando il destinatario non è soggetto passivo dell’imposta nello Stato in cui ha il domicilio o la residenza”.

Contraente
Essendo il contraente francese soggetto passivo d’imposta nel suo Paese, la cessione dei marchi effettuata dall’operatore italiano è prestazione di servizi territorialmente non rilevante in Italia; tale ultima società dovrà emettere fattura per un importo pari al valore normale del marchio ceduto senza applicare l’Iva e citando che trattasi di “operazione fuori campo ex articolo 7, comma 4, lettera e) del Dpr 633/1972”.
Imposte dirette. Il trattamento ai fini Ires di una operazione permutativa avente ad oggetto beni ammortizzabili è disciplinato dall’articolo 86, comma 2, del Tuir, il quale stabilisce che “…Se il corrispettivo della cessione è costituito esclusivamente da beni ammortizzabili…e questi vengono complessivamente iscritti in bilancio allo stesso valore al quale vi erano iscritti i beni ceduti, si considera plusvalenza soltanto il conguaglio in denaro eventualmente pattuito”.
Tale conclusione vale anche per l’Irap, in virtù del rimando operato dall’articolo 11-bis del Dlgs 446/1997.
Ne deriva che, in mancanza di conguaglio, la permuta potrebbe essere realizzata dal soggetto italiano in neutralità fiscale, qualora questo iscriva il marchio acquisito allo stesso valore netto contabile di quello ceduto.