VENDERE PETROLIO IN EURO?

3 Marzo 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Con le probabilità di un attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele in aumento, da più parti è stato suggerito che la vera motivazione dell’avversione statunitense verso la Repubblica islamica abbia poco a che fare con il fatto che Teheran sta costruendo armi nucleari.

Inoltre, alcuni commentatori hanno suggerito che la vera minaccia dell’Iran all’economia Usa – la vera sfida all’amministrazione Bush – consista nel tentativo di mettere in piedi da parte iraniana una “borsa petrolifera” entro il prossimo marzo, iniziativa che permetterebbe di commerciare il petrolio in euro. E che sposterebbe le vendite del greggio dalla loro attuale denominazione in dollari; ciò minerebbe la valuta americana, generando gravi ripercussioni economiche.

Il dibattito – nato sul web – è un retaggio di quanto accaduto prima dell’invasione dell’Iraq, quando molti osservatori, me incluso, ipotizzarono che la decisione di vendere petrolio in euro fosse una delle ragioni per cui l’America voleva una “svolta di regime”. La decisione di riconvertire il petrolio iracheno e le riserve di valuta straniera di nuovo in dollari (valori che prima della guerra erano espressi in euro), di sicuro ha sostenuto questa teoria.

In ogni caso, altri hanno sostenuto che dare importanza alla valuta con cui si commercia petrolio significa sapere poco di economia. Anche se le vendite di petrolio prescindessero dal dollaro, si sostiene, ciò non farebbe alcuna differenza per l’economia Usa; quindi non avrebbe niente a che vedere con la ragione per cui gli Usa hanno mosso guerra all’Iraq, e per cui hanno adottato una posizione di minaccia contro l’Iran. Proverò di far riferimento all’argomento principale, dato che ritengo che la valuta con cui si vende il petrolio sia una questione importante e spesso non sufficentemente spiegata, nemmeno dal sottoscritto.

Coloro i quali sostengono che la denominazione della valuta sia cruciale per la forza del dollaro tendono a sottolineare come altri Stati siano costretti a risparmiare dollari per acquistare petrolio. I loro critici replicano affermando che non c’è bisogno di risparmiare in dollari per comprare greggio, dal momento che è possibile cambiare qualsiasi valuta su ogni mercato. Quello che conta, dicono gli stessi critici, è la moneta che la gente risparmia, più che quella usata per commerciare. Le persone che mettono da parte dollari o beni finanziari Usa generano alti investimenti negli Stati Uniti e in ultima analisi consentono agli stessi Usa di gestire il loro enorme deficit commerciale.

L’ultima osservazione è corretta, ma pone in secondo piano un punto fondamentale, cioè che la ragione per cui molti paesi decidono di risparmiare in dollari è il fatto che il greggio viene venduto in questa stessa moneta. È importante sapere in quale valuta estera gli Stati risparmiano, ma lo è anche sapere in quale valuta effettuano le loro operazioni commerciali.

Per comprenderne la ragione dobbiamo pensare al motivo per cui le banche centrali possiedono riserve di denaro estero. E inoltre chiediamoci: quali considerazioni determinano la scelta della valuta estera da risparmiare? La risposta alla prima domanda è che, se necessario, si può intervenire nei mercati per sostenere gli scambi della propria moneta. Se per esempio la valuta subisce un attacco da speculatori che la stanno vendendo sui mercati esteri, la banca centrale può usare la valuta estera per comprare la sua stessa moneta, sostenendo così il suo valore. Non si può ovviamente acquistare la propria valuta se prima non si è accumulata una certa riserva di moneta straniera. Quindi se una banca centrale conserva una buona quantità di valuta straniera, la prima preoccupazione non deve essere quella di investirla per un possibile ritorno, ma di proteggere la propria valuta per renderla stabile. Più riserve uno Stato possiede, meno frequantemente gli speculatori attaccheranno quella moneta.

Nessuno si sognerebbe di lanciarsi contro lo yen o lo yuan, perchè le relative scorte sono imponenti. Esattamente il contrario di ciò che riguarda molte nazioni povere, la cui moneta – dal momento che le loro banche centrali hanno ben poche scorte di valuta straniera e possono fare relativamente poco se il mercato decidesse di vendere –.è facilmente svalutabile. In questo contesto, vale la pena ricordare come George Soros divenne famoso lanciando un attacco speculativo alla sterlina. La banca d’Inghilterra in quel periodo non era in grado di difendersi, dal momento che le sue scorte di valuta straniera stavano per finire: una chiara dimostrazione di come la forza della moneta dipenda dalla corrispondente abilità della banca centrale di difenderla.

Dunque, proteggere la propria valuta è la ragione principale del possedere scorte di moneta straniera. Ma quale moneta in particolare? La risposta a questa domanda dipende quasi interamente dalla risposta alla seguente: “Quale valuta estera danneggerebbe maggiormente la tua moneta in caso di un’improvvisa svalutazione?” Se la risposta fosse: “In questo momento il danno maggiore verrebbe da una caduta della mia moneta contro il dollaro”, allora avrebbe senso detenere la maggioranza delle tue riserve in dollari. Questo permetterebbe di acquistare la propria moneta utilizzando la valuta Usa. Se la maggior preoccupazione è una svalutazione contro il dollaro, allora non ha molto senso avere grosse scorte di yen o di euro.

Per la maggior parte delle nazioni, un’improvvisa svalutazione contro il dollaro potenzialmente potrebbe essere molto più svantaggiosa di una svalutazione contro l’euro, lo yen, o lo yuan. Questo perché la maggior parte dei beni e dei servizi commerciati internazionalmente sono prezzati e pagati in dollari, e perché tutte le materie prime più importanti, incluso il petrolio, sono denominate in dollari. Se la tua moneta è in ribasso rispetto al dollaro, allora i prezzi del petrolio per te saliranno; laddove la caduta fosse nei confronti dello yen, allora i prezzi di alcuni prodotti giapponesi importati aumenterebbero, senza che questo risulti essenziale per l’andamento dell’intera economia.

Inoltre, i prezzi di molti prodotti giapponesi sono espressi in dollari, quindi anche questi aumenterebbero. Dal momento che il valore di tutti i principali prodotti è espresso in dollari, ha completamente senso dal punto di vista economico che le banche centrali abbiano grosse riserve di dollari. Se la denominazione dei prodotti importati, in particolare il petrolio, si spostasse dalla valuta americana, gli stati ricchi del pianeta rifornirebbero le loro scorte con una diversa moneta estera, e di conseguenza il dollaro perderebbe valore.

Per le nazioni povere esiste un’altra ragione per cui è più conveniente risparmiare e commerciare in dollari. Spesso questi paesi si caratterizzzano per un forte debito estero, e il debito estero viene espresso in dollari. Questo significa che se la loro moneta si svaluta contro il dollaro, il loro debito aumenta. Come risultato, le nazioni povere prezzano in dollari le merci che esportano, in modo da essere pagati con questa moneta ed evitare eventuali perdite valutarie. Ciò permette loro di pagare i debiti, di commerciare, di comprare il petrolio che non possiedono, e di proteggere la loro valuta. Dato che le esportazioni dei paesi in via di sviluppo sono spesso essenziali per l’economia mondiale (essendo composte da materie prime), la loro decisione di esprimersi in dollari ha un contro-effetto sull’economia dei paesi ricchi, i quali hanno un’ulteriore ragione per risparmiare dollari nelle banche centrali.

Possiamo quindi concludere che il listino prezzi iraniano in euro sia la vera causa della crisi corrente? Significherebbe saltare alle conclusioni. In questo momento, asserire che sicuramente l’Iran si muoverà in questa direzione è solo un’ipotesi. Io non ho ancora sentito Teheran dichiararsi apertamente sull’argomento. Ci sono buone ragioni per sospettare che il listino potrebbe essere in euro, dato che fonti governative ne hanno parlato a favore; inoltre, secondo una dichiarazione attribuita al vice governatore della banca centrale iraniana, l’Iran avrebbe cominciato a vendere greggio in euro all’Europa già nel 2003.

Nel gennaio 2004, Bijan Namdar Zangeneh, l’allora ministro iraniano del petrolio, si espresse negativamente sulla possibilità di un cambiamento verso l’euro, e recentemente – anche lo scorso settembre – il responsabile della borsa valori iraniana aveva smentito le voci di un eventuale cambio di valuta. Sappiamo anche che l’Iran era stato precedentemente coinvolto in discussioni con altri Stati islamici, come la Malesia, che tentavano di introdurre una nuova valuta, il “conio islamico d’oro”, da impiegare nel commercio internazionale, in particolare in quello del greggio. A favore dell’euro, d’altro canto, sta il fatto che ben poco si è sentito parlare l’anno scorso del conio islamico d’oro, e solo il mese scorso è stato riportato che il presidente della commissione per l’energia del Majilis (il parlamento iraniano) ha affermato di voler prendere “misure preliminari per cominciare a vendere il petrolio in euro anzichè in dollari”, e che “inizialmente l’Iran dovrebbe vendere in entrambe le valute, per poi commerciare solo in euro”. Comunque, fino al momento in cui non sentiremo sul tema fonti ufficiali iraniane, non sarebbe saggio giungere a conclusioni affrettate.

La possibilità che la borsa petrolifera iraniana non utilizzi l’euro non svilisce la sua importanza, e ci sono buone ragioni per credere che il governo americano, quello inglese e vari interessi economici internazionali vi si opporrebbero, al fine di continuare a esercitare il proprio controllo sul commercio del petrolio. Ma questa è un’altra storia.

Fonte: http://www.energybulletin.net/12463.html

Tradotto da Elena Cortellini per Nuovi Mondi Media