VELTRONI: MISSIONE COMPIUTA, DEMOLITO IL PD

18 Febbraio 2009, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Veltroni ha fatto tali e tanti danni al suo partito da meritare di rimanerne alla guida fino al completamento dell’opera: l’annientamento del Pd. Le sue dimissioni, pur previste come d’altronde la vittoria del PdL in Sardegna (vedi Libero di venerdì 13 febbraio), sono un peccato. Se fossero giunte fra quattro mesi, Walter avrebbe fatto in tempo a provocare il tracollo della sinistra alle elezioni europee, quando la conta dei voti non sarà regionale bensì nazionale, quindi conclusiva.

Nella vita bisogna accontentarsi: il lavoro di demolizione in ambito progressista compiuto dal Grande Buonista va comunque apprezzato perché ha agevolato prima l’ascesa di Berlusconi, poi il suo consolidamento a Palazzo Chigi, nonostante le divisioni nella maggioranza che impediscono al premier di governare decentemente.

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In questo senso, Veltroni è stato l’uomo della Provvidenza, un Fenomeno, un eroe atteso da anni per liberare l’Italia da una mentalità contagiosa: quella degli ex comunisti e dei cattocomunisti. Il dispiacere per la sua scomparsa dalla scena è compensato dalla speranza che anche il vice, cioè quel Franceschini di origini democristiane, torni dietro le quinte del Pd e magari non ci affligga più con la sua presenza nei talk show politici televisivi.

Il medagliere di Walter è invidiabile: in anni remoti raccolse l’eredità di Massimo D’Alema, nominato presidente del Consiglio, e gli bastò un colpo di reni per portare l’allora Pds al minimo storico ponendo le premesse alla sconfitta elettorale nel 2001. Ed eccolo in Campidoglio, rifugio sicuro per chi desideri rifarsi una poltrona comoda.

Nelle vesti di sindaco, egli è riuscito in sette anni a non fare nulla di utile per la città. Converrete, ciò è straordinario; anche involontariamente in un periodo così lungo uno normale, Rutelli, ad esempio, una cosa buona l’avrebbe fatta. Lui no. Imperturbabile, insensibile alle esigenze della popolazione, sorretto da una volontà di ferro nel mantenersi sul vago non ne ha combinata una dritta. Non ha risolto un problema. Però ne ha creati a dismisura organizzando ogni sorta di scemenze e di impicci per gli abitanti, tra cui chitarrate settimanali in piazza con relativi intasamenti del traffico, notti bianche, chiasso e confusione.

Il capolavoro della sua gestione multietnica e multiculturale (impermeabile a qualsiasi forma di intelligenza) è stato il Festival romano del cinema di cui nessuno sentiva la necessità, essendoci già quello di Venezia inventato dal Duce al quale, con rispetto parlando, Veltroni avrebbe al massimo potuto lustrare gli stivali.

Abbandonata la Capitale trasformata in una sorta di Festa permanente dell’Unità, Walter Zero si accinse ad azzerare il neonato Pd partorito dalla fusione dei Ds con la Margherita. Il suo impegno nel perseguire la catastrofe si percepì immediatamente. Pensate che l’ex sindaco, in anticipo sulle primarie da cui sarebbe sortito il segretario, fu incoronato (a Torino) re dei democratici. Pronunciò, davanti a una platea plaudente, un discorso fluviale in cui affrontò anche gli aspetti più reconditi dello scibile buonista, schivando magistralmente di fornire una sola indicazione non sulle cose da fare ma su come farle.

Esaurita l’escursione verbale nel vuoto, l’oratore fu portato in trionfo.

Gli effetti delle sue amorevoli cure al partito si palesarono subito: il capo del governo, Romano Prodi, costretto alle corde dal nuovo leader, cadde come corpo morto cade. Inevitabili le votazioni dopo rituale scioglimento delle Camere. A questo punto, irrompe in campagna elettorale il neosegretario; esordisce liquidando i rifondazionisti, i Comunisti italiani e i Verdi; dichiara che concorrerà soltanto con la propria lista e incassa complimenti a iosa anche a destra, che gli danno alla testa come accade a tutti quelli che non ce l’hanno. Sull’onda dell’entusiasmo ingaggia Antonio Di Pietro, col quale – annuncia – «ci fonderemo a urne chiuse».

La mossa si rivelerà azzeccata perché ha accelerato il processo di decomposizione della sinistra democratica, con la quale il Signor Mani Pulite non ha nulla da spartire. L’esito delle consultazioni sappiamo quale è stato. Sembrava che Walter e Silvio, pur su posizioni diverse, potessero trattare allo scopo di cambiare le cosiddette regole del gioco; l’illusione durò poco. I due cominciarono ben presto a dirsene di tutti i colori.

Veltroni però negli attacchi a Berlusconi è stato sempre superato in veemenza da Di Pietro che, pertanto, ha guadagnato voti a scapito del Pd rendendo impraticabile la strada del dialogo. Inoltre il Pd non è mai stato in grado di proporre non dico una ricetta contro la crisi economica ma almeno un suggerimento di qualche concretezza. Al massimo, è sceso in piazza a urlare stupidaggini. Ovvio. Così ha perso quel pizzico di credibilità residuale avuta in passato. Il disastro era fotografato nei sondaggi ed è stato confermato dalle prove elettorali: frana in Abruzzo e frana in Sardegna. Tralasciamo di mettere il dito nella piaga napoletana.

Berlusconi, lo abbiamo scritto più volte, dovrebbe erigere un monumento a Veltroni. Grazie a lui non ha più avversari se non all’interno della propria coalizione.

Quanto a Soru la batosta se l’è andata a cercare. Uno che si dimette da governatore e, dieci giorni più avanti, si ricandida nella stessa regione autocertifica la propria inadeguatezza a guidare non solamente un ente pubblico, ma anche un tram. Lui e Walter formano una coppia di sprovveduti da fare quasi tenerezza.

Indirettamente Silvio, impareggiabile propagandista di se medesimo, per la prima volta, oltre a riportare l’ennesimo successo, ha risolto in Sardegna un conflitto di interessi: quello di Soru.

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