USA: PESANTI GLI SQUILIBRI DELL’ECONOMIA

13 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Il peggior andamento del disavanzo commerciale (oltre 61 mld di dollari in
febbraio, nuovo record storico, contro i 58,5 del mese precedente) conferma il
permanere di pesanti squilibri nell’economia USA; ancora una volta le
importazioni sono cresciute a ritmi robusti +1,6%, dopo il +1,8% registrato in
gennaio, a fronte di un export assolutamente fermo per due mesi consecutivi.

L’unica via d’uscita, più che un dollaro debole, sarebbe un deciso
ridimensionamento dei consumi interni: un elemento che per ora manca
all’appello e che giustifica quindi qualche cautela aggiuntiva nei giudizi
sulla solidità della crescita americana e soprattutto sulle sue capacità di
mantenere questi ritmi ancora a lungo.

A far reagire positivamente Wall Street (con l’S&P che ha svoltato da un calo
iniziale dello 0,7% ad una chiusura in rialzo dello 0,55%) sono state però le
minute dell’incontro di politica monetaria del 22 marzo, da cui ad essere
sinceri non è emerso nulla di così rilevante, salvo che nel breve viene
esclusa l’esigenza di intensificare la stretta con rialzi più decisi dei
tassi.

La velocità a cui finora si sta procedendo, un quarto di punto per
ogni incontro, dovrebbe essere pertanto confermata, e questo ha innescato la
corsa alle ricoperture sui Treasuries: il decennale ha recuperato più di
mezzo punto, con un rendimento sceso dal 4,44 al 4,38%, minimo da oltre un
mese a questa parte, apportando benefici indiretti anche alla Borsa.

I membri del comitato hanno comunque ribadito la necessità di procedere ad
una manovra restrittiva complessivamente più robusta di quanto in precedenza
previsto, intravedendo “pressioni sull’inflazione aumentate negli ultimi mesi
ed una più evidente capacità di imporre aumenti di prezzo da parte delle
aziende, nonostante le attese di inflazione a lungo termine siano rimaste ben
contenute”.

Insomma, a giudicare dal commento sul Wall Street Journal da Ip,
apprezzato interprete del Fed-pensiero, dal comitato non è emerso alcun
messaggio compiacente nei confronti dell’inflazione e della missione della
Banca Centrale. Probabilmente, quindi, i mercati erano fin troppo pessimisti
sulla questione tassi (lo scoperto sui decennali USA si mantiene sui livelli
record di oltre 200mila contratti) e sono stati colti in contropiede da quei
segnali che nel breve hanno ridotto i rischi di una manovra monetaria più
aggressiva.

Oggi, alle 14:30, vendite al dettaglio di marzo, viste in decisa ripresa, sia
a livello complessivo (+0,8%), sia al netto della componente auto (+0,6%, da
un +0,4% precedente): con un consenso così robusto attenzione alle sorprese
negative, che potrebbero comunque innescare una nuova corsa ai bond e di
riflesso sostenere anche le Borse. Siamo nella fase in cui i dati deboli non
necessariamente fanno male all’azionario…

Da noi continuano a tenere banco gli sviluppi legati alle vicende Antonveneta,
BNL ed RCS, dove molti degli attori sono sempre gli stessi. I soliti giornali
ben informati (MF) segnalano un possibile coinvolgimento della Pop Emilia
nella partita BNL, con una quota intorno al 3-3,5%; verrebbe invece escluso,
alla luce di un cda tenutosi ieri pomeriggio, un ripensamento della Verona
Novara.

In questo senso da segnalare il fatto che il titolo comunque è
rimasto al palo, a fronte di una più generalizzata ascesa del comparto: tanto
per avere un’idea, se fino a pochi mesi fa il titolo si muoveva in sintonia
con quello di BPU, ad oggi tra i due si è aperto un divario di quasi l’11%,
che non ci sembra giustificato dalle rispettive prospettive di crescita, una
volta venuta meno l’ipotesi BNL.

L’istituto, è vero, ha fatto capire di
essere chiaramente interessato ad una strategia di crescita esterna, ma la
cautela con cui è stata valutata l’opzione BNL e l’enfasi posta sull’assoluta
priorità di cercare opportunità che creino valore dovrebbe rassicurare anche
i più scettici; un adeguamento ai più elevati valori di riferimento di una
BPU dovrebbe essere pertanto ragionevole.

Altro tema della giornata è il collocamento a sorpresa di una quota del 16,7%
del capitale Mediaset da parte della controllante Fininvest. La ragione che si
sente addurre è legata alla solita questione del conflitto d’interesse, un
tema che andrebbe risolto in vista dell’importante scadenza elettorale. Sarà,
ma guarda caso proprio adesso emerge una RAI in migliore forma, capace non
solo di chiudere il bilancio 2004 con 113 mln di utili, ma di crescere sul
mercato pubblicitario persino più di Mediaset (+12% sempre nel 2004, contro
un +9,1% per l’azienda Fininvest). Una RAI più competitiva e più vicina allo
sbarco in Borsa non è certo una buona notizia per gli azionisti Mediaset.

In
più, i recenti risultati elettorali mostrano una coalizione di centro-destra
in difficoltà, lasciando prefigurare una possibile svolta alle politiche del
2006: un segnale che il mercato, magari solo emotivamente, non assocerebbe di
certo con favore alle sorti di Mediaset. Mettiamoci anche il bilancio record
di Mediaset nel 2004 e la prospettiva di un 2005 in rallentamento, anche per
la difficile situazione congiunturale, con un titolo che invece da inizio anno
è già salito di ben il 18%, ed ecco un terzo buon motivo per ridurre la
partecipazione proprio in questo momento. La convenienza economica, più che
il conflitto d’interesse, peraltro non risolto, sembrerebbero giustificare
l’operazione: i potenziali compratori forse farebbero bene a rifletterci
sopra.

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