USA: PERCHE’ LA CAMERA HA BOCCIATO IL PIANO PAULSON

1 Ottobre 2008, di Redazione Wall Street Italia

La Camera dei rappresentanti americana ha bocciato lunedì il piano di salvataggio di Wall Street, o Tarp (Troubled asset relief program) per tre motivi che si possono definire preliminari. Perché è una cifra molto alta, superiore a quanto il New Deal spese negli anni 30 per i suoi programmi, in dollari di oggi; perché gli elettori sono furiosi e, siccome Wall Street è popolare quando fa guadagnare ma in fondo è sempre guardata con sospetto, hanno inondato letteralmente con le loro mail il sistema di telecomunicazioni della Camera, che ha dovuto effettuare interventi tecnici, e le mail erano 10 a 1 contro il salvataggio; e infine perché, se questa è la premessa, i deputati sono tutti sotto campagna elettorale perché la Camera si rinnova ogni due anni, tutta, mentre il Senato un terzo per volta, con un mandato quindi di sei anni.

Poi, ci sono gli aspetti specifici. Hank Paulson, il ministro del Tesoro, ha commesso un grosso errore di comunicazione presentandosi alla Camera con tre paginette e dicendo che la cosa andava fatta. Parlava con la mentalità del banchiere di Wall Street, quale è passato al Tesoro direttamente da Goldman Sachs, ben conscio che senza questa misura i guai sarebbero enormi e globali, ma senza mettersi bene nella mentalità del deputato americano, che difende il primato della politica e sa che a casa gliene verrà chiesto conto. Paulson ha detto poi che la misura non dovrebbe essere “punitiva” per le banche, acquistare cioè i loro asset di dubbio valore a un prezzo troppo basso, e ha cercato di addolcire il linguaggio con cui la bozza indicava la necessità di limitare i compensi per i topo manager e soprattutto le buonusicte. Questo è stato veramente un passo falso.

Poi c’è il fatto che l’impianto della legge punta a calmare i mercati alleggerendo il peso dei titoli a rischio, che non si sa quanto valgano. Ma, e questo è uno dei punti ad esempio dei 200 economisti che hanno firmato un messaggio contro la legge, questo non assicurerebbe un risultato. “Il punto è che dietro i titoli a rischio c’è la realtà del mercato immobiliare, che ha bruciato con il crollo dei prezzi circa 4 mila miliardi di valore, valore legato ai titoli che sono in giro sul mercato americano e globale”, dice Dean Baker, co direttore del Center for Economic and Policy Research di Washington. E in effetti uno dei punti indicati con forza dai 228 deputati che hanno votato contro riguarda i pignoramenti e la necessità di frenarli, consentendo ad esempio alla magistratura fallimentare di modificare i termini dei mutui. Le banche naturalmente si oppongono. Secondo Baker sarebbe comunque stato meglio seguire una linea come quella adottata per salvare il gigante assicurativo Aig, dare fondi in cambio di quote di azioni privilegiate, e non acquistare assets che hanno un valore, forse, ma non si sa quale.
Anche per Simon Johnson, della Sloan school of management del Mit, a Boston, il cuore del problema è la casa, ma l’urgenza comunque impone di agire e il piano Paulson per quanto imperfetto è qualcosa.

I termini della questione sono così riassumibili. Da un lato c’è una misura, imperfetta, ma che comunque risponde a una urgenza e deve affrontare anche una realtà tecnica di non facile comprensione. Dall’altro c’è l’ostilità, il senso di frustrazione e rabbia di chi è chiamato a saldare il conto. E dimentica magari che spesso il boom (artificioso) di questi anni lo ha favorito. Da parte di Washington, di Bush, della leadership del Congresso e dei due candidati è in atto una forte campagna per spiegare che non si tratta di salvare Wall Street, ma l’economia americana (e globale). Può darsi che qualcuno nella grande provincia americana incominci a capire, attarverso il crollo dello schema 401k di pensione integrativa legato anche alla Borsa, che anche i propri risparmi oltre che il posto di lavoro sono a rischio. E non solo la poltrona dei pescecani di Wall Street.