USA: PERCHE’
LA LOCOMOTIVA CONTINUA
A CORRERE

11 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Il temuto rallentamento dell’economia mondiale a metà 2005 è stato più apparente che effettivo, risultando da andamenti contrastanti tra le maggiori aree geografiche e dai rischi legati al caro petrolio.

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Il ritmo di crescita annualizzato dei primi tre quarti del 2005 – di poco superiore al 3,5%, un dato vicino ai livelli potenziali – conferma, del resto, le prospettive di espansione sempre sostenuta, trainata dai consumi delle famiglie, che continuano a fornire il principale contributo al processo di ripresa, peraltro più bilanciata da qualche tempo tra le varie componenti della domanda. Un significativo apporto viene anche dagli investimenti delle imprese in macchinari e attrezzature, favoriti dalla buona performance dei profitti aziendali e dagli incrementi di produttività. Segnali di recupero si registrano, poi, nel settore manifatturiero, come risulta dal discreto andamento della produzione industriale, nonostante permanga un certo divario tra la capacità produttiva utilizzata e quella potenziale.

Sul fronte dei conti con l’estero, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti, attualmente intorno al 6% del Pil nella parte corrente, non dà segni di rientro e tende anzi a peggiorare, in contrasto con la fase ormai prolungata di debolezza del dollaro. Il livello raggiunto in termini assoluti e relativi, causato dal disavanzo della bilancia commerciale, è senza dubbio poco sostenibile nel medio periodo; ma una correzione del deficit, basata sugli effetti indotti dalle variazioni del tasso di cambio, appare del tutto improbabile, perché l’alto volume di importazioni è in gran parte dipendente dal forte aumento delle delocalizzazioni di imprese manifatturiere. I flussi in uscita di dollari per l’acquisto di beni prodotti all’estero sono, infatti, molto superiori a quelli in entrata per la vendita dei beni esportati (con un rapporto quasi di 2 a 1).

Mercato del lavoro, fiducia, moneta e tassi

La situazione del mercato del lavoro si conferma positiva nel suo complesso, nonostante la relativa volatilità delle statistiche mensili e lo sfavorevole impatto degli uragani Katrina e Rita. Sempre ai tre quarti di quest’anno il tasso di disoccupazione si attesta al 5%, tornando sui livelli più bassi degli ultimi quattro anni. Tra gennaio e ottobre del 2005 sono stati creati, in particolare, circa un milione e mezzo di nuovi posti di lavoro, a fronte dei 2,2 milioni nell’intero 2004, con una dinamica sostanzialmente in linea a quella del Pil, pur scontando un lieve rallentamento. I segnali di frenata messi in evidenza dall’andamento dell’occupazione riguardano l’industria manifatturiera più dei servizi e possono avere influito, inoltre, sull’evoluzione del clima di fiducia delle famiglie, che ha presentato di recente alcune incertezze, dopo una serie positiva durata diversi mesi dall’inizio dello scorso anno alla metà del 2005.

La politica monetaria della Federal Reserve sostiene uno scenario di questo tipo, con graduali rialzi dei tassi d’interesse ufficiali, attualmente al 4,00%, al fine di mantenere sotto controllo l’inflazione senza danneggiare la crescita. Nell’arco di un anno e mezzo la Fed ha, dunque, aumentato i tassi per dodici volte consecutive, ciascuna di un quarto di punto, dal minimo storico dell’1% toccato nel giugno 2003 e confermato per un intero anno. Sensibili pressioni sui prezzi al consumo (e alla produzione) si sono manifestate negli ultimi mesi, ma esse vanno attribuite soprattutto ai rincari petroliferi, senza seri rischi inflazionistici in prospettiva. Un moderato raffreddamento del ciclo congiunturale potrebbe indurre a una prossima interruzione della manovra di rialzi in sequenza dei tassi d’interesse, condotta dalla Fed nell’ultimo anno e mezzo e che dovrebbe portare il costo del denaro verso il 4,5% entro il primo trimestre 2006, un valore molto vicino al tasso d’interesse reale di lungo periodo. Le ragioni di ulteriori interventi restrittivi sembrano destinate, quindi, a venire meno ed è escluso che la manovra di politica monetaria possa rincarare la dose, visto il livello dei tassi ormai raggiunto.

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