USA, L’ULTIMA SPIAGGIA DELL’INTERVENTO STATALE

17 Settembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Polizze sull’auto e la casa, assicurazioni sulla vita, gli incendi, i voli di linea. Nelle ultime 48 ore la tempesta sul gigante assicurativo Aig è diventata — per i mercati mondiali — un problema molto più grosso del fallimento di Lehman, banca d’affari grande e carica di storia ma con attività confinate al sistema finanziario.

E così l’ipotesi di nuovi salvataggi sostenuti col denaro pubblico — esclusa solo due giorni fa dal Tesoro — è tornata improvvisamente d’attualità. Domenica governo Usa e Fed si erano rifiutati di aiutare Lehman e avevano invitato Aig, che chiedeva un gigantesco prestito-ponte, a rivolgersi alle banche. Gli istituti di credito hanno provato a costruire un «fondo per le emergenze», ma ieri hanno gettato la spugna. E senza un’iniezione di liquidità di ben 90 miliardi di dollari, Aig avrebbe potuto dichiarare bancarotta già stamattina. Un rischio che, nella notte, ha rimesso in moto la macchina dell’intervento pubblico. Motivazione fornita informalmente: data la natura delle attività del gigante assicurativo, un suo crollo produrrebbe non solo un aggravamento della crisi (come nel caso di Lehman), ma un vero e proprio «rischio sistemico».

Con Aig la crisi compie, infatti, un doppio salto di qualità: da un lato viene messo in pericolo il rapporto con milioni di clienti che non hanno mai avuto a che fare con Wall Street, ma che ora non sanno più se fidarsi delle loro polizze, se rinnovarle. In realtà le prestazioni assicurative (gli indennizzi per chi viene tamponato o ha la casa allagata) non sono in pericolo. I clienti saranno, però, comunque tentati di passare ad una compagnia con meno problemi.

Ma, rapporto con gli assicurati a parte, un fallimento di Aig avrebbe conseguenze molto più gravi del crollo di Lehman anche in campo finanziario perché la compagnia non solo è molto più grossa (attività quasi doppie rispetto ai 600 miliardi di dollari di esposizione della banca d’affari), ma è anche assai più ramificata. Opera in 130 Paesi e un suo crollo metterebbe per la prima volta con le spalle al muro anche gli «hedge fund» che fin qui sono stati al riparo dalla crisi. Soprattutto, un fallimento di Aig avrebbe aperto il vaso di Pandora dei misteriosi Cds, i «Credit default swaps»: contratti assicurativi vorticosamente emessi e scambiati dagli operatori finanziari più diversi nei quali una parte protegge un’altra dal rischio che alcuni titoli (soprattutto le obbligazioni con cui sono stati «cartolarizzati» i mutui-casa) non vengano onorati alla scadenza.

Negli ultimi anni il mercato è stato invaso da contratti di questo tipo detenuti da banche, assicurazioni, finanziarie, «hedge fund», il cui valore complessivo è ormai si misura in migliaia di miliardi di dollari. Il finanziere George Soros è stato uno dei primi a dare l’allarme. In un libro sulla crisi pubblicato pochi mesi fa, ha avvertito che i Cds possono diventare per il sistema ancor più destabilizzanti dei mutui, visto che nessuno sa come siano distribuiti e cosa accadrebbe in caso di gravi insolvenze.

La proposta di Soros – creare una «stanza di compensazione » che funzioni da centro di controllo e di pronto intervento in questo mercato – è stata condivisa da molti, ma non ha avuto seguito. Ieri, però, l’ha rilanciata il «Wall Street Journal», l’organo dei liberisti. Tutti questi segnali che si sono incrociati nel giro di poche ore e la decisione della Fed di non abbassare ulteriormente i tassi, hanno reso quella di ieri, ancor più di lunedì, una giornata per gente con lo stomaco forte.

Nessun crollo, ma un mercato sull’ «ottovolante»: Borsa a precipizio in apertura per il pessimismo sul destino di Aig,poi in ripresa per voci di un nuovo intervento pubblico; di nuovo in ribasso per il mancato taglio del costo del denaro e una chiusura in netto rialzo per il diffondersi della sensazione che, in un modo o nell’altro, il fallimento di Aig verrà evitato.

Il segnale di un nuovo, possibile intervento pubblico è venuto, indirettamente, dal vertice sui tassi: alla riunione del «board» della Banca centrale Usa a Washington, Tim Geithner, il capo della Fed di New York, non c’era: era rimasto a Manhattan a lavorare sul caso Aig. Le autorità che domenica avevano lasciato fallire Lehman e avevano detto «no» alla richiesta del gruppo assicurativo di un prestito-ponte di 50 miliardi di dollari per tenere in vita l’Aig, hanno dovuto rimettere sul tavolo l’ipotesi di un intervento di salvataggio pubblico. Come detto, i tentativi delle banche private sono infatti falliti, anche perché i 50 miliardi necessari per sopravvivenza di Aig lunedì erano già diventati 75 (causa «downgrading» del credito della compagnia assicurativa che impone requisiti di solvibilità più severi) e ieri sono ulteriormente saliti a 85.

La bancarotta era inevitabile? La massiccia immissione di liquidità nel sistema effettuata ieri mattina in modo coordinato dalle principali banche centrali del mondo ha dato a molti operatori la sensazione che la Fed stesse preparando «cuscini» per cercare di attutire le conseguenze di una messa in liquidazione di Aig. «Attenti, giocate col fuoco» è subito intervenuto Maurice Greenberg, l’ultraottantenne ex capo del gigante assicurativo che rimane una sua voce influente: «La società ha un patrimonio enorme: gli va data solo la liquidità necessaria per superare un momento difficile e vendere i suoi “asset” in modo ordinato».

Greenberg ha anche formulato una confusa ipotesi di intervento dele sue società a favore di Aig. Alle sei di ieri (mezzanotte ora italiana), tutti i protagonisti della partita — capi di Aig, Fed, Tesoro, grandi banche, l’Authority delle assicurazioni dello Stato di New York — erano chiusi in una stanza alla ricerca della formula per mettere in piedi un «prestito-ponte» che non abbia l’aspetto di un nuovo salvataggio pubblico. Ci sarebbero rimasti altre due ore per un’operazione temeraria e colossale. Di dimensioni mai viste, fino a ieri sera, nella storia della finanza.

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