USA: DOLLARO
IN CALO, BORSE
IN RIBASSO? NO.

2 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – I fattori che in questo momento “remano contro” ad una ripresa decisa dei mercati azionari sono sostanzialmente due, entrambi evidenti anche agli osservatori meno attenti: il primo è quello dell’andamento del prezzo del greggio, il cui rialzo appare inarrestabile e che, anche se avesse raggiunto con le quotazioni attuali dei massimi di periodo, rimane molto, forse troppo elevato rispetto ai valori che l’economia mondiale può sopportare senza che vi siano ripercussioni sul tasso della sua crescita, il secondo è quello del deprezzamento del dollaro Usa non solo contro l’Euro, ma anche nei confronti delle altre principali valute, come testimonia l’andamento del Dollar Index (paniere dove il dollaro americano è messo a confronto con le altre monete più trattate).

Questo secondo fattore, anche se maggiormente localizzato da un punto di vista geografico, rischia di avere ripercussioni a livello globale: è vero che il calo del dollaro è una risposta “fisiologica” al crescente disavanzo delle partite correnti Usa, che evidentemente non viene più finanziato in modo soddisfacente dall’afflusso di capitali esteri, ma sarebbe poco lungimirante immaginare che il problema si risolva con una semplice svalutazione del biglietto verde, senza che questo abbia impatto su altri fattori anche al di fuori degli Usa.

Gli investitori forse temono che l’effetto combinato dell’elevato costo del petrolio e del disavanzo sia un freno troppo potente per la crescita economica statunitense, tanto che nemmeno le politiche di stimolo messe in atto congiuntamente dalla Riserva Federale a dalla amministrazione Bush possano averne ragione. A queste condizioni investire negli Usa è meno allettante, il flusso di capitali esteri in entrata si assottiglia, ed a farne le spese, in quello che appare un circolo vizioso, sono il dollaro ed il tasso di crescita del paese.

E non è certo una novità che una delle condizioni necessarie per vedere le borse scalpitare al rialzo è proprio quella di una crescita del Pil a stelle e strisce elevata, traino per tutte le altri principali economie. Con queste premesse si potrebbe pensare che è arrivato il momento di fuggire dalle borse, o per lo meno di ridurre l’esposizione sull’azionario. Nella realtà le cose non stanno così.

Innanzitutto nel corso degli ultimi 18/24 mesi le borse hanno dimostrato di saper crescere anche in presenza di un dollaro in calo, contrariamente a quanto sperimentato nelle precedenti fasi di mercato: dal marzo 2003 al marzo 2004 l’indice S&P500 è salito dai 790 ai 1160 punti circa con il Dollar Index sceso da quota 101 a quota 84, mentre proprio nella fase di ripresa della moneta americana, tornata a maggio oltre quota 92, la borsa Usa è andata incontro ad una pausa di riflessione (vedere grafici a fondo pagina).

Sui principali indici azionari poi il quadro grafico mostra una situazione di pausa del trend rialzista che aveva caratterizzato il 2003, e non vi sono per il momento segnali di un crack imminente. L’Msci World in dollari (sintesi dell’andamento di tutti i listini) quota ad esempio al di sopra dei valori di inizio anno, e si colloca attualmente nella parte alta del trading range percorso dai prezzi a partire dai massimi di gennaio, compreso tra quota 995 e 1080 circa (quindi di una ampiezza di più dell’8%).

Questo significa che i prezzi, prima di inviare un segnale preoccupante, dovrebbero scendere di più dell’8% dai valori attuali. E la situazione è molto simile ad esempio per lo S&P500, compreso in un canale laterale/ribassista, tra 1125 e 1050, ad attualmente distante dal suo limite inferiore, quindi dalla soglia al di sotto della quale verrebbe inviato un segnale seriamente preoccupante, il 5% circa, che diventa quasi l’8% per il tecnologico Nasdaq (la sua soglia inferiore è localizzata a 1750 punti circa).

Solo il Dow Jones Industrial, campione forse un po’ limitato di titolo per essere scelto come rappresentante delle altre borse, viaggia sensibilmente al di sotto dei valori di inizio anno ed è pericolosamente vicino alla base della fascia laterale disegnata da inizio anno, ma ha comunque ancora un certo margine, fino ai 9500 punti circa, per scendere senza compromettere una successiva pronta ripresa del rialzo.

La sensazione è che gli indici siano quindi ancora in grado di accomodare un marginale peggioramento sul fronte valutario o delle materie prime, retrocedendo di qualche punto senza per questo negare una possibile futura evoluzione rialzista. Il quadro intermarket quindi, se da un lato consiglia cautela, dall’altro indica che per il momento è più probabile un proseguimento della fase sostanzialmente neutrale che ha caratterizzato questa prima parte dell’anno, piuttosto che una pesante discesa.

Anzi, per alcuni indici, come ad esempio quello domestico delle blue chip, l’S&PMib, potrebbe proseguire la fase di sovra-performance rispetto all’indice mondiale in atto ormai da più di due mesi. Certo, a meno di un pronto ritorno del prezzo del greggio su quote più accettabili, e di una discesa di Euro Dollaro nuovamente tra area 1.20 ed 1.25 è difficile immaginare una fine d’anno pirotecnica per i listini, ma è lecito mantenere attese di stabilità in attesa che si creino le condizioni per la ripresa.

A fare vacillare le attese di un proseguimento della fase neutrale, proseguimento del trend rialzista dai minimi del 2003, sarebbe, oltre che la rottura della base dei trading range indicati per i principali indici, anche la discesa del Dollar Index al di sotto degli 84 punti (o la salita di Euro Dollaro al di sopra di 1.3150). La violazione di tale supporto sarebbe il probabile segnale di una vera e propria crisi valutaria in atto, un eventualità che non potrebbe non avere ripercussioni anche sui listini azionari.

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