UNO SCUDO PER IL FISCO. MENO PER LA PRIVACY

10 Novembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
Questo articolo viene pubblicato per gentile concessione de Il Sole 24 Ore. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Uno scudo per il fisco, meno per la privacy. Chi utilizza lo scudo fiscale beneficia, infatti, di una discreta confidenzialità, ma non di una riservatezza assoluta sul rimpatrio o la regolarizzazione. Dalla complessa disciplina (molti rinvii normativi e circolari) emerge che la dichiarazione da presentare in quattro copie tramite intermediario non è anonima o segreta, ma «riservata».

Il suo contenuto è conoscibile a prima vista a pochi soggetti: pagata l’imposta straordinaria i dati non possono essere utilizzati a sfavore del contribuente (e dei solidalmente obbligati), in ogni sede amministrativa (anche disciplinare o contabile) e giudiziaria.

Contribuiscono alla riservatezza quattro fattori:

– l’imposta non è deducibile o compensabile con altre imposte o tasse;
– lo “scudo” opera anche rispetto a future richieste dell’amministrazione finanziaria rivolte all’intermediario;
– se si determinano gli effetti di non punibilità, non c’è un obbligo automatico di effettuare una segnalazione antiriciclaggio;
– l’intermediario non può fornire informazioni a privati su quanto gli è stato affidato, anche se richiesto a fini di difesa di un diritto (articolo 24 del codice della privacy).

Di contro, la riservatezza è rinunciabile e può essere erosa (come per il rimpatrio diretto di somme, senza intermediario) in diverse situazioni. Per esempio:

– la procedura potrebbe non andare a buon fine – intermediario non abilitato, oggetto non dichiarabile, falsa dichiarazione, pagamento tardivo o incompleto – anche per un tasso erroneo (o eccessivo) di cambio, con restituzione parziale di somme all’interessato;
– la procedura potrebbe risultare “tardiva” o “non spontanea”, intervenendo dopo la constatazione di una violazione o dopo accessi, ispezioni, verifiche o altri accertamenti tributari o contributivi di cui l’interessato abbia avuto formale conoscenza;

– alcuni dati relativi al pagamento dell’imposta in realtà circolano nei relativi modelli o via internet, non sempre in maniera impeccabile;
– in caso di accertamento, gli interessati potrebbero avere alcune difficoltà pratiche nell’opporre lo scudo fiscale;
– potrebbero intervenire accertamenti sopra la soglia “scudata”, oppure riguardanti soggetti solidalmente obbligati o conti cointestati per i quali non è stata presentata un’altra dichiarazione riservata;
– non è esclusa l’iscrizione nel l’anagrafe dei conti correnti delle nuove posizioni aperte (si veda anche Il Sole 24 Ore del 28 luglio scorso su quanto accaduto in passato);

– l’operazione scudata potrebbe essere utilizzata a vantaggio del contribuente o di terzi (e potrebbe anche aprirsi un contenzioso sulla sussistenza di un “vantaggio”), per esempio per estinguere sanzioni amministrative, tributarie e previdenziali o reati per i quali non si è punibili;
– attività e beni rimpatriati o regolarizzati rientrano nel patrimonio personale – i guadagni, nel reddito imponibile – e in futuro sarà possibile accedere legalmente a successive dichiarazioni dei redditi;

– l’intermediario deve fornire dati e notizie a fini di prova penale o per misure di prevenzione, anche per i reati che restano punibili;
– va definito comunque il profilo di rischio antiriciclaggio del contribuente, il quale, se è necessario, va segnalato alle competenti autorità.
Tutto ciò rende evidente la necessità di un’attenta valutazione dei benefici, ma anche di un’elevata professionalità degli intermediari, tenuti anche a fornire al contribuente l’informativa privacy adeguata.

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