UNIPOL: TUTTO IL PEGGIO DEL CAPITALISMO

25 Aprile 2004, di Redazione Wall Street Italia

* Fabrizio Tedeschi e´ editorialista di Panorama Economy. Consulente di grandi banche e gruppi finanziari, per otto anni e´ stato responsabile della Divisione Intermediari della Consob a Milano.

(WSI) – È il sogno di tutti i manager e consiglieri di una società quotata o
non. Il sogno è di non essere posseduti da nessuno ed essere padroni di
se stessi, in tutto e per tutto. Per raggiungere questo scopo, negli
anni sono state utilizzate tutte le formule possibili: dalla golden
share alla società in accomandita, all’utilizzo di fondazioni estere di
varia natura. Il sogno è che la società diventi proprietaria delle
proprie azioni in misura tale da impedire intrusioni di soci esterni non
graditi.

Ma la realizzazione del sogno è impedita da norme contro l’acquisto di
azioni proprie o la sottoscrizione reciproca di azioni. Unipol, guidata
da Giovanni Consorte, però è andata molto vicina al sogno. Perché la
compagnia assicurativa di origine cooperativa è quotata a Piazza Affari
e, quindi, tendenzialmente aperta alla democrazia societaria. Così però
non è. Il gruppo bolognese possiede ben il 38% di una finanziaria di
nome Finec holding che, insieme ad azionisti fidati, di fatto controlla
e consolida nel proprio bilancio. Questa società detiene l’intero
capitale sociale di Ariete, che a sua volta controlla un quinto delle
azioni di Holmo, con una percentuale che garantisce pesanti vincoli
sull’attività aziendale. Quest’ultima azienda detiene a sua volta la
maggioranza assoluta di Finsoe, proprietaria del 50,2% della stessa
Unipol. Il cerchio si chiude.

Dal punto di vista strettamente
patrimoniale l’incidenza economica è minima in quanto l’effetto
percentuale del possesso di Unipol sulle proprie azioni, considerata la
diluizione di tutta la catena, è inferiore al 2%.
Dal punto di vista della vita sociale il danno è invece irreparabile,
poiché si è introdotta una specie di golden share in mano ai manager
che, di fatto e anche di diritto, possono decidere la composizione degli
organi sociali e bloccare qualunque iniziativa di scalata ostile. Così
il mondo cooperativo è riuscito a fare ancora meglio del capitalismo
italiano (o peggio, a seconda dei punti di vista) in materia di
controllo aziendale. Perché sta raggiungendo il risultato di essere il
controllante di se stesso, con buona pace delle regole di corporate
governance.

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