UNIPOL: RISIBILE CONDANNA
PER CONSORTE

25 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Prima sentenza, oggi a Milano, nell’ambito delle inchieste che hanno coinvolto negli ultimi anni il mondo della finanza e delle banche. Il giudice monocratico di Milano, Elisabetta Mayer, ha condannato a 6 mesi e ad una pena pecuniaria di 100 mila euro, l’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte, accusato di insider trading. Con lui, condannati anche Ivano Sacchetti, vice e stretto collaboratore di Consorte, e il banchiere bresciano Emilio Gnutti.

Il processo è nato dal procedimento principale che vede Consorte indagato per le vicende Antonveneta e Unipol/Bnl. Secondo l’accusa gli imputati avrebbero sfruttato a proprio vantaggio il fatto di aver saputo che Unipol avrebbe rimborsato in anticipo (nel 2002 invece che nel 2005 e nel 2006) due prestiti obbligazionari, facendo così comprare a terzi o comprando direttamente, bond per un valore di circa 100 milioni di euro.

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Il giudice ha accolto le richieste dell’accusa sostenuta in aula dal Pm Eugenio Fusco che aveva sollecitato una condanna a 6 mesi e una pena pecuniaria di 300 mila euro. Lo stesso Pm, nella sua requisitoria, chiedendo la prima condanna per i cosiddetti «furbetti del quartierino», secondo la ormai celebre definizione coniata dall’alleato immobiliarista romano Stefano Ricucci, aveva descritto Consorte e Sacchetti come «il gatto e la volpe». Il giudice ha inoltre condannato gli imputati a risarcire 92.500 euro alla Consob che si era costituita parte civile. Una cifra ben superiore alla richiesta che era stata di 17.600 euro. Ricorso in appello è stato intanto già annunciato dai legali dell’ex presidente Unipol.

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LA DIFESA: NON CI SONO ELEMENTI PER CONDANNA
Secondo Filippo Sgubbi, il legale di Giovanni Consorte, «non c’erano elementi per condannare l’ex presidente di Unipol». Sgubbi annuncia che farà appello contro la sentenza con la quale il giudice monocratico ha condannato a sei mesi di reclusione Consorte, il suo vice Ivano Sacchetti, e il finanziere Emilio Gnutti. «Comunque – conclude Sgubbi – rispettiamo la sentenza»

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