Unicredit: Ghizzoni, l’uomo dell’Est, alle prese con gli investimenti decisi da Profumo

2 Ottobre 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Quando, nella sua prima conferenza stampa da amministratore delegato, gli hanno chiesto su quali mercati, tra quelli dell’Est, conta di investire di più, Federico Ghizzoni ha elencato la Russia, la Polonia, la Repubblica Ceca. Glissando elegantemente sul resto dell’impero d’Oriente targato Unicredit.

Il successore di Alessandro Profumo sa bene di che cosa parla. Negli ultimi tre anni, da luglio 2007, Ghizzoni ha diretto le operazioni della più internazionale tra le banche italiane nei territori della Central Eastern Europe, come dicono i bilanci. Sono posti complicati, con un capitalismo fragile e poco regolato. Inoltre la recessione ha colpito duro, in qualche caso cancellando un decennio di crescita a gran velocità. Da quelle parti Unicredit incassa circa il 10 per cento dei propri ricavi.

Sulla carta i potenziali guadagni sono molto elevati, ma come sempre quando si esplora una nuova frontiera, anche le possibili perdite aumentano in proporzione ai rischi. E di rischi, quando era al timone del gruppo, Profumo se n’è presi davvero parecchi, con un’espansione a passo di carica che ha fatto di Unicredit una delle banche occidentali più attive in quell’area.

Tutto bene, se non fosse che la bufera finanziaria esplosa nel 2008 ha di molto ridimensionato le trionfali prospettive di espansione e di profitti annunciate negli anni del boom. E adesso, se è vero, per dirla con Ghizzoni, che Paesi come Polonia, Russia e Repubblica Ceca offrono grandi occasioni di sviluppo, ci sono almeno un paio di buchi neri che minacciano di causare nuove perdite nei bilanci e anche qualche imbarazzo tra i manager.

Shopping nei Paesi ex Urss

Dall’Ucraina e dal Kazakistan arrivano le preoccupazioni maggiori. In questi due Paesi Unicredit è sbarcato in forze nella seconda metà del 2007 comprando due banche importanti come la Ukrsotsbank di Kiev e la Atf nell’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale. Il fatto è che entrambi gli acquisti sono stati realizzati proprio pochi mesi prima del terremoto economico globale. E per di più a prezzi che già allora molti analisti giudicavano piuttosto elevati. In totale l’istituto all’epoca guidato da Profumo sborsò quasi 3,2 miliardi di euro. E cioè circa 1,6 miliardi per la banca ucraina e poco di meno per quella kazaka. Sempre nel 2007 anche Banca Intesa aveva a lungo trattato per comprare Ukrsotsbank, ma l’offerta non superò 1,2 miliardi.

Nel giro di due anni e mezzo quelle valutazioni si sono alquanto sgonfiate, provocando perdite pesanti nei conti di Unicredit. Dati alla mano si scopre che siamo scesi da 3,2 miliardi a poco più di 2,1 miliardi di euro. Quest’ultima è la cifra che compare nell’ultima relazione semestrale di Unicredit, chiusa a giugno del 2010. Un taglio netto, quindi, del 30 per cento tra il 2008 e il 2010.

Nei primi sei mesi di quest’anno la partecipazione nella kazaka Atf ha prodotto perdite per 162 milioni. Certo, nel frattempo i due Paesi sono stati investiti in pieno da una crisi economica pesantissima. In Ucraina, per dire, il prodotto interno lordo è crollato del 15 per cento nel 2009, la produzione industriale è precipitata del 21,9 per cento, la moneta locale si è svalutata del 50 per cento.

Un fatto quest’ultimo che ha mandato sul lastrico decine di migliaia di famiglie che negli anni del boom avevano stipulato mutui in valuta straniera, diventati all’improvviso insostenibili con il crac dell’economia e del cambio. Tutto questo ha provocato un enorme aumento dei crediti insoluti o a rischio, costringendo l’istituto di Kiev a raddoppiare gli accantonamenti in bilancio sui crediti a rischio.

Lo stesso discorso vale per la Atf che nonostante alcuni proventi straordinari nei primi sei mesi del 2010 è andata in perdita di circa 80 milioni di euro. Disavventure simili, peraltro, hanno subito tutte le banche occidentali che sono sbarcate sui quei mercati per cavalcare il boom delle economie locali. Il guaio di Unicredit però è che Profumo comprò il biglietto che all’epoca sembrava vincente proprio alla vigilia della crisi. E per di più pagando un prezzo che rifletteva il gran rialzo degli anni precedenti.

Inquietanti oligarchi sovietici arricchiti

Insomma, con il senno di poi, possiamo dire che Unicredit comprò ai massimi. Entrambe le acquisizioni vennero all’epoca seguite come consulente della banca italiana dal Credit Suisse. Ma nell’affare ucraino era coinvolta anche Merrill Lynch come advisor del venditore. Credit Suisse e Merrill Lynch erano considerate le banche d’affari tradizionalmente più vicine all’ex capo di Unicredit.

A completare il quadro va detto che i soldi versati dal rampante istituto italiano andarono ad arricchire personaggi dalla reputazione quantomeno discussa, due oligarchi vicinissimi al potere politico locale.

La kazaka Atf è stata ceduta da Bulet Utemuratov, considerato uno dei confidenti più stretti del presidente (a vita) Nursultan Nazarbaiev. Utemuratov era un direttore di supermercato durante il regime sovietico ed è ora uno degli uomini più ricchi del Paese.

Nell’ucraina Ukrsotsbank comandava invece Viktor Pinchuk, nientemeno che il genero dell’ex presidente (filorusso) Leonid Kutchma. Pinchuk, a capo di un gruppo che vale alcune decine di miliardi di euro, ha fatto i soldi con la siderurgia ed è considerato tra i cento uomini più ricchi del mondo.

I capitali in arrivo dall’Italia lo hanno reso ancora più ricco. E forse questo è in qualche modo un pedaggio obbligato per fare affari in quei Paesi. Ma nel caso di Unicredit dopo il pedaggio sono arrivate anche le perdite. A cui ora dovrà pensare Ghizzoni, l’uomo dell’Est.

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