Unicredit e Finmeccanica nel mirino della Germania

2 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – In attesa che i tasselli del mosaico europeo vadano a posto, non ci sono solo i mercati e gli estenuanti vertici ad angustiare Mario Monti. Il vuoto agostano rischia di diventare incandescente anche per un altro capitolo, rimasto per ora sottotraccia ma altrettanto importante, per il futuro del paese. Il premier ne ha parlato martedì anche con il presidente francese, François Hollande, come raccontato ieri da La Stampa. Ed è certo che Monti continuerà a mantenere la guardia alta, nelle prossime settimane.

Il combinato disposto dei tassi di finanziamento irrisori di cui godono attualmente le imprese e le banche tedesche e la drammatica sottocapitalizzazione che affligge moltissime società quotate a Piazza Affari, ha già trasformato l’Italia in un Bengodi. E anche le più irraggiungibili prede di una volta in appetitosi bocconcini a portata di mano. La Germania, in particolare, sembra abbia già messo gli occhi su due dei più brillanti “gioielli della corona”: Unicredit e Finmeccanica.

Insieme, le due perle dell’economia italiana valgono meno di venti miliardi, in Borsa. E rispetto ai momenti più brillanti del 2011 e 2012 – anni, comunque, di faticosa recessione – un’azione Unicredit ha perso quattro quinti e Finmeccanica due terzi del suo valore. Sono scivolate rispettivamente a 2,7 e 2,9 euro. Sono diventate prede facili.

Il fatto è, tuttavia, che quando si parla di aziende così cruciali, sia private come la banca guidata da Ghizzoni, sia a controllo pubblico, come l’azienda capitanata da Orsi, è inevitabile che se ne interessi anche la politica. E la reazione di Mario Monti agli appetiti di Berlino in particolare su Piazza Cordusio pare sia stata, secondo fonti ben informate, un deciso irrigidimento.

Unicredit, com’è noto, un po’ tedesca lo è già, da quando inglobò il colosso bavarese Hypovereinsbank (Hvb). E la presidenza è affidata attualmente ad un uomo raffinato e vissuto sempre tra Italia e Germania, come Giuseppe Vita. Certo, ufficialmente le ultime mosse registrate attorno alla proprietà sono i borbottii dei libici, rimasti fuori dal consiglio di amministrazione, o il fatto che Del Vecchio, con la holding di famiglia, sia cresciuto oltre il 2%.

Ma il movimento ben più interessante e strategico, forse, è quello del quale si intravede forse solo l’inizio. La mossa di Deutsche Bank, che ha fornito al fondo russo Pamplona i capitali per diventare con il 5% delle azioni il secondo azionista straniero di Piazza Cordusio, ha creato più di una curiosità. E fonti politiche parlano dell’intenzione dei tedeschi di crescere nella banca – c’è già Allianz con il suo 2% – e di formare pian piano un «nocciolo duro» che, in accordo con le fondazioni italiane, costituisca apparentemente un argine agli appetiti dei libici. Ma che potrebbe anche diventare il cavallo di Troia per un consolidamento e, perché no, per il controllo futuro della banca.

Per Finmeccanica, gioiello pubblico della difesa italiana, impegnato in dismissioni che dovrebbero aiutare a smaltirne il debito, i tedeschi si limiterebbero per ora ad attendere cosa verrà messo sul piatto. Un quadro che ha già suscitato un grido di dolore nell’ex ministro del Bilancio, Rino Formica. Una settimana fa si è chiesto su Libero «la tedesca Siemens si offre di acquistare da Finmeccanica Ansaldo Energia e nessuno ha nulla da obiettare?». Si potrebbe dire che è il mercato, e che non c’è niente di male. Ma quando ci sono di mezzo interessi nazionali e un mercato finanziario ammalato, forse viene il dubbio che aveva ragione Monti, quando disse di recente, ma in un contesto diverso, che siamo «in guerra».

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