UNA CLASSE DIRIGENTE TUTTA DA BUTTARE

18 Febbraio 2009, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ editorialista del Corriere del Ticino. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La crisi finanziaria ed economica diventa ogni giorno più grave, ma mai un vertice dei ministri delle finanze e dell’economia del G7 è stato così dimesso e così irrilevante come quello tenutosi questo fine settimana a Roma. I motivi sono numerosi, ma ve n’è uno che spicca fra tutti. Stati Uniti e Paesi europei non hanno alcuna strategia chiara, procedono a tentoni, cercando di turare le falle che continuano ad aprirsi, ma non sanno se le centinaia di miliardi che finora hanno già speso serviranno solo per guadagnare tempo oppure se saranno effettivamente utili per risolvere questa crisi.

Questo modo caotico di procedere è sicuramente dovuto al fatto che non vi sono terapie certe per un marasma economico provocato dall’esplosione di un’enorme bolla del credito, che ha travolto il sistema bancario e che ora sta provocando una pesante recessione mondiale. Questa spiegazione non è però esaustiva.

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La mancanza di ricette e l’accavallarsi degli avvenimenti hanno spinto i governi in un vicolo cieco da cui ora è difficile uscire. Questa strada senza uscita si fonda sulla convinzione oramai diffusa che la premessa indispensabile per poter uscire dalla crisi è il salvataggio del sistema bancario. Per perseguire questo obiettivo, tutti i Paesi occidentali, seppure con modalità diverse, hanno speso somme enormi di denaro per turare le voragini dei conti delle banche, con il deludente risultato di giungere alla prevedibile scoperta che esse sono talmente grandi da essere paragonabili ad un buco nero che rischia di risucchiare tutto e tutti.

Gli aspetti negativi di questo modo di procedere sono molteplici. In primo luogo, solo una quantità minima dei soldi finora spesi sono stati indirizzati al rilancio dell’economia, mentre la quasi totalità è stata data alle banche, per di più in modo molto caotico. In secondo luogo, il tentativo di salvare gli istituti di credito senza porre alcuna condizione (dalla ripresa dell’erogazione del credito alla fine delle operazioni di trading sui mercati con il capitale proprio) ha fatto passare in secondo piano l’obiettivo di rivedere le regole del mondo della finanza e di ridefinire l’architettura del sistema monetario internazionale. In altre parole, l’oligarchia finanziaria, responsabile dell’attuale disastro, è riuscita ad avvinghiare ai propri destini anche i governi e in questo modo ne ha ridotto le aspirazioni di rivedere le regole del gioco.

Questa carenza di visioni nuove è confermata dal piano salvabanche della nuova amministrazione americana. Si può dire che la montagna ha partorito un topolino. Il piano di Obama costerà 2.000 miliardi di dollari, ma tutti concordano che non basterà per salvare le grandi banche a stelle e strisce. La trappola in cui sono finiti i governi è paradossalmente illustrata dallo stesso piano americano. Esso prevede che le banche americane con una cifra di bilancio superiore ai 100 miliardi di dollari (sono una ventina) vengano sottoposte ad uno «stress test» per verificare se sono in grado di sopravvivere: non è però stato detto che cosa farà l’amministrazione se questo test non dovesse essere superato, come è probabile, da molti istituti. Gli stessi banchieri si domandano: le banche che non supereranno l’esame riceveranno altro denaro pubblico, verranno nazionalizzate oppure sono previste altre varianti?

L’attuale successo dell’oligarchia finanziaria di coinvolgere i governi nella battaglia per la loro sopravvivenza e di far perdere slancio al cambiamento delle regole del mondo della finanza è comunque destinato a risultare effimero. Il motivo è semplice: queste politiche sono fallimentari. Non miglioreranno né le condizioni di salute delle banche né quelle dell’economia reale. Faranno però esplodere i debiti pubblici, incrinando prima o poi la fiducia dei risparmiatori nei titoli con cui gli Stati finanziano i loro debiti.


Questa politica potrebbe essere sconfessata molto presto anche perché non si preoccupa del rapido deterioramento delle condizioni di salute dei Paesi alla periferia del G7. È infatti probabile che la prossima fase di altissima tensione della crisi sarà causata dal crack di un Paese emergente. Nella lista dei candidati a ricoprire questo ruolo primeggiano i Paesi dell’Est europeo e in particolare Ucraina, Ungheria, Estonia e Lettonia.

In attesa della prossima grande eruzione non bisogna stancarsi di ripetere che salvare le banche è un’operazione immane, vista l’entità delle perdite nascoste nei loro bilanci. L’obiettivo dei governi dovrebbe invece essere creare delle «good bank», che possano riprendere ad erogare crediti alle famiglie e alle imprese, varare grandi piani di rilancio dell’economia reale, rifare le regole del mondo finanziario e ripensare l’architettura del sistema finanziario internazionale.


L’esempio della Cina conferma la bontà di questa linea. Infatti dal Paese asiatico giungono segnali positivi sempre più frequenti, per cui si può azzardare la previsione che nella seconda metà dell’anno la Cina dovrebbe imboccare la strada della ripresa, anche se lenta rispetto ai parametri del passato. Questo fatto non è sorprendente. Il governo ha varato un piano di rilancio di 600 miliardi di dollari, che sono destinati interamente al rilancio dell’economia. Nemmeno un soldo è andato invece alle banche, che grazie all’inconvertibilità della valuta cinese non hanno accumulato troppe perdite nell’acquisto dei titoli tossici americani. I segnali di ripresa della Cina non devono essere letti solo come un motivo di speranza, ma anche come un’indicazione di quale possa essere la via di uscita dalla crisi.

Il ruolo chiave della Cina è stato riconosciuto anche dallo stesso G7, che nell’unico risultato degno di nota del vertice romano ha ammorbidito il linguaggio nei confronti di Pechino sulla controversa questione del tasso di cambio del renminbi. La svolta è principalmente della nuova amministrazione americana. Il presidente Barack Obama aveva infatti vinto le elezioni presentandosi come un paladino dei posti di lavoro statunitensi e il nuovo segretario al Tesoro Tim Geithner, nella prima audizione davanti al Congresso, aveva dichiarato che la valuta cinese è pesantemente sottovalutata.

Ma il fatto che la Cina sia il maggiore acquirente dei titoli con cui gli Stati Uniti finanziano il loro debito pubblico ha indotto la nuova amministrazione ad attuare un cambiamento radicale di linea che verrà sicuramente suggellato nei colloqui di questa settimana a Pechino del segretario di Stato Hillary Clinton. La svolta americana non è solo dovuta a necessità di cassa, ma anche alla consapevolezza che gli Stati Uniti escono ridimensionati da questa crisi, che è destinata a cambiare i rapporti di forza a livello internazionale.

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