”UNA BRETTON WOODS PER RILANCIARE LA CRESCITA”

22 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Servono a poco le potenze del G7, «grandi o ex grandi», indaffarate nei loro interessi particolari. Sono inutili, se l’obiettivo è far prosperare la globalizzazione senza crisi argentine o vampate di protezionismo contro la Cina. Invece di lanciare anatemi, i leader delle economie avanzate dovrebbero «reinventare Bretton Woods»: un coordinamento che porti alle soglie dell’unione monetaria le tre grandi aree sulle quali è imperniato il pianeta: il Nord America, l’Europa e l’Asia del Sud-Est più il Giappone.

L’americano Robert Mundell, Nobel per l’Economia nel ’99, non è tipo da soddisfarsi nella teoria. Ha concepito l’euro prima che divenisse un progetto politico. A Pechino aiuta il governo nelle scelte sulla moneta nazionale, lo yuan. E a Roma oggi si rivolgerà a una platea di responsabili dei governi e delle banche centrali di tutto il mondo, alla conferenza organizzata al Tesoro per i 60 anni degli accordi di Bretton Woods.

Non le sembra fuori portata oggi un’intesa come quella?

«Bretton Woods fu convocata in piena guerra. La leadership e il dominio degli Usa emersero durante la conferenza, e l’America allora voleva preparare un mondo di pace e prosperità, basato sul multilateralismo. Il modo migliore era tornare ai cambi fissi che tanto bene avevano funzionato in passato, ma tenendo conto del ruolo ormai centrale del dollaro. E il sistema crollò nel ’71 proprio perché il prezzo in dollari dell’oro, fissato nel ’34, era divenuto obsoleto».

E’ credibile reinventarlo oggi?

«La credibilità la comunità internazionale l’ha persa quando negli anni ’70 ha abbandonato il sistema multilaterale di cambi fissi. Sia il Fondo monetario internazionale che gli Usa hanno perso di vista il vantaggio di gestire l’interdipendenza fra monete, hanno lasciato ogni Paese andare per proprio conto. Oggi, direttamente o no, molti agganciano le loro monete al dollaro o all’euro. Le due aree si stanno allargando nel mondo come isole di stabilità. Ma non c’è credibilità, perché la comunità internazionale è dominata dagli interessi particolari di questi due blocchi in competizione».

Eppure i Paesi del G7, i «sette Grandi», provano a governare gli equilibri euro-dollaro.

«La tensione fra le due monete ci accompagnerà a lungo. Ma l’insuccesso del G7 nel ridurre l’instabilità dal ’99 a oggi dimostra che il G7 non è né adatto né competente a gestire i cambi. Intanto i problemi del biglietto verde, dovuti al crescente indebitamento internazionale dell’America, sono sempre di più l’altra faccia dell’incapacità dell’Europa di riformare la sua economia che invecchia».

Per la verità il G7 ha provato a risolvere i problemi spingendo la Cina a rivalutare.

«E la Cina ha giustamente ignorato quelle confuse dichiarazioni, dimostrando che era in grado di gestire il cosiddetto “surriscaldamento” della sua economia».

Però l’intera Asia del Sud-Est, Cina inclusa, accumula montagne di riserve in dollari ed euro, comprandoli con moneta locale. Solo per avere valute più deboli?

«Avere le riserve libera i Paesi asiatici dell’aiuto di Washington e dall’Fmi, in caso di un’altra tempesta finanziaria come nel ’97. E’ una questione di insicurezza politica. Costruiscono “bottini di guerra” perché l’inefficienza dell’Fmi nell’ultima crisi li spinge a essere indipendenti».

L’Fmi, concepito a Bretton Woods, se l’è cavata meglio con l’Argentina?

«Quel caso, come il Messico nel ’95, è stato un fiasco a caro prezzo. Far cadere il peso di un terzo sul dollaro è stato ridicolo. Se all’Argentina fosse stato fatto credito per resistere ancora sei mesi, la caduta del dollaro sull’euro e altre monete avrebbe eliminato buona parte del problema di competitività dell’Argentina. Ma l’Fmi non può essere meglio degli Stati che determinano la sua politica».

Va bene: il G7 non funziona, l’Fmi neanche e non c’è credibilità politica. Come se ne esce?

«Nel ’44, Bretton Woods formalizzò il sistema internazionale di cambi fissi. Oggi le tre grandi aree monetarie, il dollaro, l’euro e lo yen, hanno ognuna una relativa stabilità di prezzi; dunque c’è un’esigenza fra loro di avere instabilità dei cambi. Abbiamo bisogno di reinventare Bretton Woods, il meglio di Bretton Woods. Una riforma monetaria, credo, sarà presto discussa dai leader mondiali».

C’è da un lato la Cina, il Giappone e l’Asia del Sud-Est, poi l’Europa e il Nord-America. Da dove partire?

«Le tre, quattro monete più importanti di queste tre aree possono diventare la piattaforma di una moneta mondiale. Dal DEY, un paniere di Dollaro, Euro e Yen, o di una moneta asiatica combinata, può nascere per gradi una valuta in cui sia rappresentato ogni Paese dell’Fmi. E’ un progetto di decenni: io lo chiamo l’Intor, una moneta per i pagamenti internazionali, un catalizzatore per affrontare le questioni di governo globale».

Il G7 va riformato?

«Il G7 è un club sociale di potenze grandi attualmente o un tempo. Forse ha senso continuare ad ascoltare Londra, Parigi, Berlino e Roma. Ma dal punto di vista globale, accanto a Usa, Ue e Giappone sarebbe meglio avere Cina, India e Russia».

Restano da arginare le tentazioni unilaterali degli Usa.

«Di certo faremo in futuro cose su cui non ci apprezzeremo, noi americani e voi europei. Un buon punto di partenza sarebbe ritrovarsi per gestire il rapporto euro-dollaro. Gli americani devono ricordarsi che l’Europa non è più un satellite. E gli europei, che gli Stati Uniti nel Ventesimo secolo sono stati la prima sorgente di progresso e, be’, di illuminismo».

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