UN’ OPA SULL’ITALIA? SUL PIATTO
10 MILIARDI DI EURO

5 Marzo 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – M&A DAL VECCHIO CONTINENTE Il risveglio dell’M&A ha dato una scossa al private equity, rimasto un po’ nell’ombra in questi ultimi anni. E ora i principali operatori attivi nel capitale di rischio sono pronti a contendersi a suon di miliardi le prede più appetibili. Di liquidità in eccesso ce n’è in abbondanza.

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«In Italia, dove i fondi hanno una dotazione media che oscilla tra 500 e 800 milioni di euro, ci sono capitali disponibili per circa 5 miliardi – spiega Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi (l’associazione italiana del private equity e del venture capital) – Ma se estendiamo il quadro a livello europeo, dove la dimensione media dei fondi oscilla tra 2 e 5 miliardi, il dato sale vertiginosamente e raggiunge addirittura qualche decina di miliardi». Le ultime stime parlano di circa 50 miliardi.

Per capire l’ordine di grandezza, valga il paragone con un’impresa del calibro di Fiat, che vale circa 10 miliardi. Ma considerando anche l’effetto leva (generalmente pari a 4), ovvero la possibilità che hanno i private equity di ricorrere ai finanziamenti bancari per concludere un’operazione, la liquidità sale fino a 200 miliardi. Ma quali sono gli operatori che potrebbero lanciare un’Opa sull’Italia? Tra i più grandi si annoverano sicuramente Texas Pacific Group (Tpg), già protagonista dell’operazione Ducati, che con il quarto fondo globale ha a disposizione circa 6 miliardi di euro (senza effetto leva) e che sta per raccogliere ulteriore liquidità per circa 8 miliardi.

E non sono da meno Cvc Capital Partners, che con l’European Equity Partners IV dispone di liquidità per 6 miliardi, Bc Partners (con 5,8 miliardi), artefice dell’operazione Galbani, Permira (con 5,1 miliardi), che nel 2004 è entrata in Grandi Navi Veloci e che a febbraio di quest’anno ha portato a Piazza Affari Marazzi Group, e Carlyle, attiva in Europa con due fondi dalla dotazione complessiva di 2,8 miliardi.

Cifre che ovviamente non sono dedicate solo all’Italia, ma andranno a impattare su tutto il Vecchio Continente. «L’Italia è sicuramente un mercato molto interessante – fa notare Alioscia Berto, amministratore delegato di Doughty Hanson, uno dei maggiori operatori di private equity a livello europeo – Devo dire, però, che non c’è una vera e propria programmazione di investimento in termini di area geografica. Tendenzialmente, si può dire che all’Italia va circa il 10% della liquidità a disposizione». Pronti per lo Stivale, dunque, ci sono già 10 miliardi di euro (il 10% dei 50 stimati a livello europeo e i 5 disponibili in Italia), senza effetto leva.

All’interno dei confini nazionali, invece, uno degli operatori più grossi è sicuramente Clessidra. «Con il nostro fondo Clessidra Capital Partners abbiamo raccolto 820 milioni di euro – spiega Giuseppe Turri, senior partner di Clessidra Sgr – Di questi, 200 sono gia stati investiti in quattro società: Sgi (Società Gasdotti Italia), Sisal, Sirti e poi siamo entrati con il 20% nel patto di sindacato di Gemina con il fine di posizionarci strategicamente sulla controllata Adr (Aeroporti di Roma). Come liquidità disponibile, dunque, abbiamo ancora 620 milioni, che salgono a oltre 2,5 miliardi considerando l’effetto leva».

In merito alle possibile prede, i vari operatori interpellati da Bloomberg Borsa & Finanza hanno lasciato trapelare ben poco. «Ogni fondo si distingue per regolamento e strategia – commenta Paolo Baretta, managing partner di Bs Investimenti, società italiana di private equity che con il fondo Bs Investimenti IV ha raccolto 550 milioni di euro – Non ci sono corsie preferenziali nella scelta dei settori o delle società target. È una questione di opportunità.

Per il quotato e non. È chiaro, comunque, che intervenire sulle società già prezzate è più complicato ed è per questo che generalmente un operatore che entra in un’azienda quotata prima la delista e poi, dopo aver creato valore, la ricolloca in Borsa. Come volevamo fare noi con Euphon. Ma non ci siamo riusciti. Le adesioni all’Opa sono state scarsissime e non è stato possibile delistarla. Ma abbiamo mantenuto lo stesso la partecipazione».

Tra i settori che potrebbero essere maggiormente interessati da operazioni di M&A, comunque, «si annoverano sicuramente la distribuzione, l’alimentare e i trasporti», continua Turri di Clessidra. Detto questo, Parmalat entra sicuramente nella lista dei possibili target del private equity. La società capitalizza oggi 4,5 miliardi di euro, ma considerando i 400 milioni di debito il valore d’impresa sale a circa 5 miliardi. «Per quanto ci riguarda, – aggiunge Giancarlo Aliberti, managing director di Apax Partners, seguiamo cinque settori in particolare: telecom, media, salute, servizi finanziari e retail. E tra questi posso sicuramente dire che in questo momento in tutta Europa c’è un fortissimo interesse attorno al mondo delle telecomunicazioni». Soprattutto considerando il processo di aggregazione che sta prendendo sempre più piede tra fisso, mobile e Internet provider.

«In Italia ci sono almeno quattro società che potrebbero essere oggetto di deal – conclude Aliberti – e se dovesse profilarsi qualche occasione ci faremo sicuramente avanti». Due potrebbero essere senza dubbio Tiscali e Fastweb. La società sarda attualmente vale circa 1,2 miliardi di euro, ha un flottante del 62% e i multipli, molto bassi, la rendono sicuramente attraente. Per quanto riguarda la ex e.Biscom, invece, il valore d’impresa è di circa 3,5 miliardi.

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