UN NUOVO PATTO ALL’ITALIANA PER LA VECCHIA EUROPA

25 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Hans Eichel non sarà più Sparkommissar. I tedeschi dovranno trovare un nuovo soprannome per il loro attuale ministro socialdemocratico delle Finanze perché quello di «guardiano del rigore» è ormai superato. Come l’idea della Germania simbolo della disciplina nella gestione dei conti pubblici, mentre invece chiuderà pure il 2003 con un deficit del 4% e il 2004 con un 3,5%. Sforando, come la Francia, per il terzo anno consecutivo il limite del 3%. Entrambe si ribellano, e resistono, all’ipotesi delle sanzioni. Tante cose, insomma, stanno cambiando e non c’è nulla di scandaloso se tra queste c’è l’interpretazione stessa del Patto di stabilità e crescita firmato dai paesi dell’Europa ad Amsterdam nel 1997. Passare da una lettura quasi asettica, aritmetica, dei target del Patto, a cominciare, appunto, dal noto 3% del rapporto deficit/pil (che sette anni fa proprio il ministro tedesco delle Finanze, il cristiano-sociale Theo Waigel volle fosse interpretato come «tre virgola zero zero»), ad una chiave politica può essere una soluzione, se presa alla luce del sole. E’ comunque la direzione verso la quale sembra volersi muovere il governo italiano. Anche se non è affatto detto che si trovi formalmente fin dall’Ecofin di oggi, dopo l’Eurogruppo di ieri sera, una via d’uscita condivisa. E’ stato lo stesso commissario agli Affari economici e monetari, Pedro Solbes, a dire – prima della riunione tra i ministri dell’euro-zone – di avere diversi dubbi sulla possibilità di raggiungere un compromesso. E la Commissione avverte che ogni soluzione deve essere nel rispetto del Patto.
La partita è delicatissima perché in gioco c’è soprattutto l’equilibrio del rapporto istituzionale tra Commissione e Consiglio dei ministri delle Finanze. Con possibili ripercussioni – come ha fatto notare ieri il ministro delle Finanze olandese Gerrit Zalm – sul negoziato per la Convenzione. Non si tratta (come temono i piccoli paesi rispettosi dei parametri, quali Austria, Olanda e Finlandia) di sospendere il Patto quanto alla disciplina sui disavanzi eccessivi, bensì di andare oltre il Patto, «danneggiandolo», certo, come ha detto sempre Zalm, ma senza «ucciderlo».
L’idea del nostro ministro dell’Economia e presidente di turno dell’Ecofin, Giulio Tremonti – accolta con freddezza e con più d’una perplessità in Francia dall’autorevole quotidiano finanziario Les Echos – è quella di ridare peso alle decisioni di carattere politico e non meramente ragionieristiche. Ha detto, ieri, il ministro italiano per le Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione: «Il ministro Tremonti ha una buona proposta di compromesso che, senza alterare il Patto di stabilità, avvia la transizione da un sistema di parametri fissi a una vera politica economica comune». Il che dovrebbe tradursi – sempre secondo Buttiglione – nella «capacità dei ministri di ritrovarsi una volta all’anno per adeguare il Patto sulla base del ciclo e della situazione esistente sui cui darsi gli obiettivi di finanza pubblica». In questo modo si terrebbe conto, molto più di quanto già non accada, dell’andamento del ciclo economico e del contesto geo-politico internazionale. Il rischio per l’Europa è quello di ritrovarsi stretta tra i vincoli nel momento in cui si possono cogliere i vantaggi della ripresa. E la Germania – è bene ricordarlo – costituisce il 30% del prodotto dell’Europa a moneta unica. Dunque conviene a tutti scommettere sulla ripresa. Senza modificare sostanzialmente il Patto ed evitando un massiccio e prevedibile numero di ricorsi alla Corte di Giustizia, il corollario della proposta-Tremonti potrebbe essere quello di allungare di un anno, dal 2005 al 2006, il tempo a disposizione della Francia e della Germania per rientrare all’interno del 3%. Una piccola ipocrisia per un grande problema.

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