UN FINALE D’ ORO
PER L’ANNO
DEI FESSI

4 Dicembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Forse, ricorderemo il 2005 come l’anno dei «fessi»: l’anno in cui gli investitori hanno guadagnato praticamente su qualsiasi valore finanziario o reale abbiano puntato. Persino i fessi, appunto. Gli unici a rimanere a bocca asciutta sono stati i troppo prudenti. Coloro i quali hanno lasciato i propri denari in giacenza sui conti correnti. Per gli altri, il 2005 ha dispensato regali copiosi e a volte persino traboccanti.

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Il Nikkei giapponese è ormai in impennata, sforando questa settimana la soglia psicologica dei 15mila punti. L’Eurostoxx 50 veleggia sui massimi e non esiste piazza continentale dove i ritorni del 2005 siano stati inferiori al 10% (ma per molte si parla del 20-25%). Poi c’è l’America. Lì l’arricchimento nominale è meno spettacolare; tuttavia, se si tiene conto del dollaro forte, per un investitore dell’area euro il guadagno è a due cifre. A completare il quadro, ci sono poi gli immobili, i metalli preziosi, le materie prime e i titoli del debito (anche le obbligazioni Usa, in euro). Il saliscendi del petrolio non ha piegato i mercati. Ma ha fornito un prezioso punto di riferimento per la ripresa dell’oro contro tutte le valute, compreso il dollaro forte. Insomma, è andata meglio, molto meglio del previsto. E per il futuro? Le opportunità non mancano.

TUTTI PAZZI PER IL NIKKEI. Per 15 anni l’economia nipponica è stata piagata da ogni sorta di maledizione: debito da primato, demografia disperante, radicato pessimismo. Ma per anni le aziende hanno tirato la cinghia e poco a poco hanno ristrutturato e potato i rami secchi. Così appena si è materializzata la ripresa internazionale, i profitti sono esplosi. Dal 2000, le esportazioni verso la Cina registrano un incremento del 300%, e ora rendono conto per il 15% del commercio estero nazionale.

Ma a dare l’innesco all’ultima gamba rialzista della piazza di Tokyo ci ha pensato soprattutto la vittoria schiacciante del primo ministro Koizumi. Gli investitori esteri apprezzano le sue riforme radicali, a partire dal mandato a ristrutturare il sistema postale che porta in pancia 200mila miliardi di yen delle famiglie giapponesi, che languono in titoli governativi a basso rendimento. Quando gli operatori esteri hanno intuito i cambiamenti, si sono catapultati sul mercato azionario giapponese. A questo punto c’è da domandarsi se valga la pena di comprare, vendere o tenere le azioni del Sol Levante.

Borsa & Finanza ha girato la domanda al leggendario investitore newyorchese Jim Rogers, il quale, alcuni lustri addietro, fu tra i primi ad acquistare i titoli nipponici: «No, non ho liquidato le mie posizioni – confessa al giornale – C’è molta effervescenza, il che spesso preannuncia un consolidamento. Ma no, non sto vendendo». Le ragioni degli ottimisti sono presto spiegate: «Per la prima volta dal 1991, il prezzo degli immobili si è stabilizzato – spiega Louis Gavekal di Gavekal Research con sede a Hong Kong – Finalmente l’attività bancaria accelera, le aziende si avvantaggiano di manodopera straniera a buon mercato e le compagnie quotate restano leggermente sottovalutate». Piace anche la prospettiva di una risalita dell’inflazione, che renda i titoli del debito meno appetibili. Secondo gli analisti interpellati da Borsa & Finanza, il Nikkei potrebbe salire, nel medio termine, di un altro 30% (malgrado sia vulnerabile a una correzione).

TRICHET NON FA PAURA. La stretta di 25 punti base operata giovedì 1 dicembre da Jean-Claude Trichet, numero uno della Banca centrale europea, è coincisa con un’altra punta di acquisti a Piazza Affari (così come a Parigi e Francoforte). «In effetti la decisione era largamente preannunciata – commenta Patrick Schowitz, di Hsbc – e nessuno è stato colto di sorpresa». Semmai, la comunità degli uomini d’affari ne esce rinfrancata: l’approccio della Bce è tuttora accomodante, come ha enunciato lo stesso Trichet a lettere cubitali. Tant’è vero che la Borsa ha festeggiato mentre il cambio ripiegava all’indietro, cioè i frutti tipici di una politica espansiva. In effetti quando il governatore dichiara che «non esiste nessuna decisione ex ante per una sequenza di strette», delega le sue decisioni ai dati in arrivo nei prossimi mesi: si salirà solo se la ripresa si consoliderà (il che sarebbe comunque un’ottima notizia). A giudizio di Schowitz (l’analista di Hsbc) «un certo ottimismo è giustificato per i mesi venturi». Per lui, come per parecchi suoi colleghi, è possibile un aumento di valore nell’ordine del 10 per cento grazie a un mix di fattori: liquidità abbondante, boom degli utili, euro debole e le disponibilità dei risparmiatori individuali.

L’EFFETTO LIQUIDITÀ. Colpisce, in particolare, proprio l’enorme massa potenziale che i cittadini europei possono riversare sui fondi azionari, abbandonati proprio nel 2002, quando la ripresa muoveva i primi passi dopo il crollo del 2000-2001. Una condanna comune ai risparmiatori retail. Le famiglie americane fecero altrettanto negli anni ’70 (vedi grafico): l’emorragia di capitali da Wall Street toccò il massimo proprio quando il peggio era ormai passato e i titoli avevano ripreso a salire. Si andò avanti su questa linea fino al 1980. Dopodiché i piccoli tornarono a comprare, alimentando quel mercato Toro che, tra alti e bassi, ha raggiunto la sua vetta solo nel 2000.

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