Un ‘cigno nero’ per il governo: «Incidente» per Tremonti

15 Luglio 2011, di Redazione Wall Street Italia
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Ormai qui, tra il Transatlantico di Montecitorio e i velluti rossi di Palazzo Madama, lo chiamano semplicemente «l’incidente». Anzi, «l’Incidente» con la maiuscola: perché l’enfasi nel tono di questo o quel parlamentare lascia intendere che la maiuscola stavolta è assolutamente necessaria.

Se qualcuno non ha capito di che diavolo si tratta, lo si puo’ spiegare con pochissime parole: «l’Incidente» è una nuova slavina di accuse che però stavolta non si limiti a travolgere qualche amico o qualche collaboratore, ma prenda invece in pieno il superministro Tremonti, facendo smottare assieme a lui un governo che altrimenti non si capisce chi, come e quando possa liquidare.

Puo’ far sorridere – o puo’ mortificare – il fatto che nel «giorno della Responsabilità» (quando il Senato approva in un lampo la manovra e la gira alla Camera, che dirà oggi l’ultimo sl con la velocità del fulmine) sia più o meno questa la «soluzione politica» vagheggiata per chiuderla con un governo dall’encefalogramma piatto e tirar fuori il Paese dal pantano in cui è finito.

Ci pensino i giudici, insomma: alla faccia dell’invocata autonomia della politica, delle invasioni di campo della magistratura, delle accuse alle «toghe rosse» e compagnia cantando. E che si confidi ancora negli avvisi di garanzia di fronte a un governo che ha un ministro mandato a processo per mafia (Romano), un altro dimessosi otto mesi fa e mai sostituito (Ronchi), un terzo che sta per dimettersi (Alfano), un quarto a rischio-slavina (Tremonti) e un premier che alle slavine ci ha fatto il callo, dice molto della pesantezza della situazione.

Per cui, ci si metta in pace: governissimi, esecutivi di salvezza nazionale, governi per riformare la leggi elettorale e gabinetti di salute pubblica, sono ipotesi chi diventano possibili solo un attimo dopo «l’Incidente». E si l’opposizione aspetta i giudici perché non ha i numeri per liquidare il premier, ormai anche nella maggioranza non pochi sperano nelle odiate toghe rosse» perché non hanno né la forza né il coraggio di sfiduciare Berlusconi.

Non che non si parli, naturalmente, di quel che fare dopo «l’Incidente»: ma è come scrivere sull’acqua. Si tratteggiano scenari futuri, ipotesi incerte, misteriosissimi processi in divenire. Suggestivo quello suggerito dal cattolicissimo Beppe Fioroni, ras democratico, che giustamente – però – s’affida a Dio. Il titolo del film proposto potrebbe essere «Arrivano i nuovi responsabili»: ma stavolta non in soccorso di Berlusconi.

«Quel che occorre – dice – è un nuovo gruppo parlamentare che prenda atto della situazione, archivi Berlusconi e aiuti la nascita di un governo senza di lui. Scajola, Pisanu e Roberto Formigoni, ormai del tutto insofferenti, potrebbero provarci: ma è solo Casini che puo’ parlare con loro, sponsorizzare il progetto, valutarne la fattibilità…». Dunque, prima «l’Incidente» e poi i «nuovi responsabili», tra squilli, fanfare e sventolii di bandiere.

Possibile? Potesse, Pier Ferdinando Casini – uno che mastica politica da trent’anni – risponderebbe solo con un mah… Invece, andando su e giù in un ascensore di Montecitorio per poter parlare un po’ in santa pace, il leader Udc qualcosa aggiunge: «Scusi, quanti parlamentari ha con sé l’amico Pisanu?». Si capisce, insomma, che non gli sembra aria. «Se stiamo parlando di un ribaltone – aggiunge – la cosa non mi interessa. Io spero che bastino i fatti a liberarci di Berlusconi. Per altro, è una sciocchezza sostenere che noi l’abbiamo aiutato accelerando la manovra. Prima di tutto abbiamo aiutato il Paese, e poi magari anche lui ad affondare ancora un po’: la manovra è pessima, la rabbia del Paese lo investirà. E ho detto ad Alfano, che è un bravo ragazzo, che sbaglierebbe ad occupare il suo tempo da segretario commissariando il Pdl bolognese o quello siciliano… E’ ben altro ciò di cui ha bisogno il suo partito».

Ma dopo «l’Incidente», beninteso. Prima si puo’ solo provare a sistemare le cose almeno un po’. «Le mie le ho sistemate – annuncia Di Pietro mentre suda al sole del cortile di Montecitorio -. Mozione di sfiducia al ministro-inquisito Romano: e se non viene messa in discussione, I’Idv non partecipa più ai lavori della Camera». Altri, invece, lasciano intuire che altrove si lavora alacremente per affrontare il dopo. Dice Piero Testoni, deputato Pdl un tempo vicino a Cossiga e ora a mezza via tra Beppe Pisanu e Claudio Scajola: «Fossi in lei, scruterei le mosse di “ItaliaFutura”… Montezemolo sta cominciando a muoversi, cerca uomini e riferimenti in tutte le regioni, lavora a idee che gruppi trasversali di deputati potrebbero trasformare in proposte di legge…».

Montezemolo? «Montezemolo. Perché no?», annuisce Roberto Rao, braccio destro di Casini, che però lo inquadra in tutt’altro scenario. «Se c’è “l’Incidente” e si apre la crisi, potrebbe esser tentato: lo schema su cui qualcuno ragiona prevede Angelino Alfano a Palazzo Chigi e Luca di Montezemolo alla Farnesina, in giro per il mondo per risollevare l’immagine del Paese». Ma ci vuole «l’Incidente», certo. O qualcosa di peggio che nessuno – però – si può augurare: se nemmeno a manovra varata la speculazione si fermasse, le borse risalissero e l’Italia venisse fuori dal pantano… Ecco, se questo avvenisse, il segnale sarebbe chiaro: il problema del Paese è di credibilità politica, prima ancora che economica e finanziaria. Ma nessuno vuol pensarci. Almeno in questo giovedì afoso, celebrato come il «giorno della Responsabilità».

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