UN ANTI-AMERICANISMO CHE DANNEGGIA L’EUROPA

15 Febbraio 2003, di Redazione Wall Street Italia

La questione di come la comunità internazionale debba comportarsi con il dittatore iracheno Saddam Hussein è diventata giustamente il tema dominante dell’anno.

In un certo senso una risposta è già stata fornita: le Nazioni Unite sono chiamate e continueranno ad avere voce in capitolo, mentre il ruolo principale spetterà comunque agli Stati Uniti.

Il «containment» dell’Iraq mediante un intervento militare sembra attualmente essere lo sbocco più probabile. Mentre ci si sta avviando a questo tipo di decisione, tuttavia, ritornano a galla numerosi temi scottanti.

Uno di questi, naturalmente, riguarda il presunto «scontro di civiltà»: come mantenere separato un conflitto limitato alle Nazioni Unite e all’Iraq dalla necessità di perseguire un rapporto di dialogo tra le religioni mondiali?

C’è poi un’altra questione che potrà apparire a qualcuno di carattere più «locale», ma in realtà ha un peso decisamente globale: come appianare le divergenze tra Europa e America divenute così evidenti nel confronto di posizioni sull’Iraq?

Senza alcun dubbio, le divergenze che ora esistono tra l’America e l’Europa sono assai profonde e non si possono confinare ad un temporaneo raffreddamento dei rapporti tedesco-americani o ad un semiserio scambio di invettive contro un’«America guerrafondaia» e la «vecchia Europa».

Capita anche che gli intellettuali si lascino prendere da pure manifestazioni emotive. Quando lo storico britannico Timothy Garton Ash, sulla «New York Review of Books» contraddistinse gli Stati Uniti e l’Europa parafrasando il titolo di un bestseller e dicendo che «Gli americani provengono da Marte, gli europei da Venere» alcuni lettori americani trovarono molto da ridire sulla contrapposizione tra un’Europa «effeminata» e un’America dipinta come ritratto della virilità.

Eppure Garton Ash è annoverato tra gli europei più filo-americani e le sue opinioni sull’unità europea sono più vicine a quelle dei molti amici che conta nella «nuova» Europa postcomunista che alle reazioni che provoca in Francia o in Germania.

A trovarsi al centro dell’attuale anti-americanismo sono le diverse «visioni» su che cos’è e dovrebbe essere l’Europa. I Paesi europei stanno muovendosi inesorabilmente verso quell’«unione ravvicinata» auspicato a suo tempo dal Trattato di Roma.

In fondo esiste già un mercato unico, sancito – almeno per la maggioranza dei membri dell’Unione europea – da una moneta unica; sta inoltre per essere varata una costituzione che presto si proporrà, come base di un nuovo Trattato; esistono poi piani ambiziosi per una comune politica estera e di sicurezza e altre politiche comuni. Ma allora dove sta il problema?

Un problema – forse il più fondamentale – è che l’integrazione europea non accende più l’immaginazione degli europei. Esistono ancora gli euro-entusiasti, ma tra i popoli d’Europa a prevalere è l’indifferenza e talvolta una moderata ostilità.

Neppure la moneta comune ha ancora raggiunto un grado di completa integrazione, nel senso che è certamente utile ma viene ancora considerata «straniera». Dietro tutto ciò si annida la domanda: perché stiamo facendo questo? Qual è il motivo impellente che dovrebbe spingerci a favore di un’«unione ravvicinata»?

Negli Anni Cinquanta, la risposta era semplice: gli europei non dovevano più farsi guerra tra di loro. Al contrario, essi erano tenuti a fare fronte unico contro la minaccia comunista. Cinquant’anni dopo, questi obiettivi non sono più rilevanti. L’unione economica ha prodotto benefici per molti; ma non costituisce il tipo di forza trainante necessaria per trasformarsi in un’aspirazione.

Più di recente, si è parlato molto di «identità europea». Si pensa comunemente che sia l’Unione europea ad esprimerla. Ma come si definisce tale identità?

A questo punto molti iniziano a ricorrere a termini che definiscono l’Europa in base alla sua distinzione, anzi in base al contrasto con gli Stati Uniti, in altre parole dipingendo l’Europa come l’anti-America.

Per tutta la durata della Guerra Fredda, quella che era allora l’Unione Sovietica forniva una ragione d’essere per l’unione europea; oggi, nell’era della globalizzazione, a svolgere questa funzione sono gli Stati Uniti.

Certamente mettere a confronto e anzi contrapporre le due sponde dell’Atlantico ha dietro di sé una lunga tradizione. La cultura europea contro il commercio americano, la profondità europea contro il materialismo americano – sono vecchi temi ricorrenti.

La maggioranza delle persone usa oggi un linguaggio più sottile. Punta il dito contro quello che considera lo sfrenato capitalismo americano e vi contrappone le economie sociali di mercato di stampo europeo.

Sul piano internazionale all’Europa piacciono gli accordo multilaterali, mentre l’America preferirebbe fare da sé. Secondo un altro punto di vista decisamente stereotipato, l’Europa sguazza nella complessità dei suoi problemi, mentre l’America ama le semplificazioni: o con noi o contro di noi.

È facile constatare come il credere in tali divergenze coinvolga anche il dibattito sull’Iraq. Il risultato è che molti leader europei iniziano a definire le loro aspirazioni sull’Unione in base ai contrasti che separano l’Europa dagli Stati Uniti.

L’euro, dicono, deve reggersi da solo contro il dollaro e quale gioia quando esso supera la parità con la moneta americana. La politica estera europea, poi, deve fornire un contrappeso a quella rappresentata dalla iperpotenza d’Oltreatlantico.

Ad un esame più ravvicinato, queste espressioni gratuite disturbano. Gli otto (e ora nove o più) governi che hanno firmato la dichiarazione Aznar-Berlusconi-Blair in sostegno degli Stati Uniti l’hanno pienamente compreso. Essi hanno privilegiato nella loro scelta di campo gli indivisibili valori occidentali, i valori dell’illuminismo e della libertà.

Tali valori sono condivisi giustamente dall’Europa e dall’America (oltre che da altri Paesi) e occorre dire che vale la pena difenderli all’interno di un’alleanza. Perché, quando si tocca il tasto dei valori, diventa improprio ogni tentativo di dividere le tradizioni europee e quelle americane.

Può darsi che la condivisione di tali valori renda più difficile raggiungere la tanto anelata identità europea. Ma alimentare sentimenti anti-americani, anche se non intenzionalmente, giocando contro la costruzione dell’Europa è intellettualmente disonesto, moralmente sospetto e politicamente pericoloso per tutti gli europei cui sta a cuore la libertà.

* Membro della Camera dei Lord, ex rettore della London School of Economics e già Warden del St. Anthony’s College, Oxford.

Copyright Project Syndicate & Corriere del Ticino, 2003.

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