UN ALTRO CHE SCENDE IN CAMPO

11 Maggio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Destra e sinistra, a Orvieto, sono concetti molto, molto elastici: valgono come su e giù, categorie dello spazio più che della politica. Basta vedere le prime mosse del candidato big di questa tornata amministrativa, Giancarlo Parretti, 62 anni, il cameriere-finanziere che nel 1990 per 1200 miliardi di lire si comprò la Metro Goldwin Mayer. La scalata fu seguita da un frenetico risiko giudiziario (tra Usa, Francia e Italia) che lo stesso Parretti oggi giura aver risolto con raffiche di assoluzioni. «Solo nel Delaware – confida un suo collaboratore – è meglio che non metta piede, perché c’è un giudice che ancora lo cerca».

La toga nella baia di Chesapeake aspetterà a lungo, visto che Parretti ha altro per la testa, addirittura quella che definisce «la sfida della mia vita»: diventare sindaco del suo paese natio, Orvieto appunto. Perché puoi aver dato del tu a Reagan e alla Thatcher. Puoi esibire le foto sottobraccio a Liz Taylor, Sofia Loren, Sylvester Stallone, Maryl Streep, con i coniugi Bush alla Casa Bianca, con Lady Diana e col Papa. Puoi aver rigato i cieli del mondo con il tuo Gulfstream o girare per l’Umbria a bordo di una Rolls Royce. Puoi scegliere di abitare la residenza romana di Fontana di Trevi o l’appartamento (dal valore inestimabile) in via Maitani, a Orvieto, che guarda in faccia il Duomo più bello del pianeta. Puoi possedere i Roma Studios sulla Pontina (ex De Laurentis), puoi questo e molto altro. Ma per convincere i tuoi concittadini a votarti, tutto questo può (forse) non bastare.

Di sicuro c’è che Parretti il 13 giugno correrà con la sua lista civica, bisvalida già dal nome, che fa da slogan e da programma: Orvieto agli orvietani. In prima fila alla presentazione ufficiale (pardon, alla convention), c’erano l’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis e il produttore Tarak Ben Ammar, socio di Berlusconi e azionista Mediobanca. Ma dietro e dentro la lista c’è di tutto: ex dirigenti comunisti, esponenti del mondo cattolico, una larga fetta di Forza Italia, più tutta la galassia socialista.
Già perché Parretti si definisce da sempre un socialista, anche se questo 50 anni fa significava una cosa, 15 anni fa un’altra ancora e oggi almeno tre o quattro diverse. Nenniano nei principi, era amicissimo di Craxi, che sentì al telefono il giorno della sua morte.

Più che dura, la battaglia sembrerebbe impossibile. A Orvieto la sinistra governa… dal Medioevo, nel dopoguerra non c’è stato sindaco che non provenisse dalla filiera Pci-Pds-Ds, e – si scalda Parretti – «nemmeno uno originario di Orvieto Orvieto, visto che venivano tutti chi da Castel Viscardo, chi da Baschi, chi da Alviano». Paesi che stanno 3-4 chilometri più in là, ma qui dove l’emigrazione si conta a metri, è uno smacco da cancellare. Il primo cittadino in carica, Stefano Cimicchi, ha fatto il pieno dei mandati e ora deve passare la mano: lo aspetta un posto da assessore regionale dal 2005. Così impazza la lotta per la successione.

In base agli “equilibri di coalizione” – del tipo: se tu Ds prendi Foligno, allora devi mollare Perugia, e così via, – Orvieto toccherebbe alla Margherita, che ha indicato Stefano Mocio, democristiano nel Dna, impiegato Asl nonché vicesindaco. Figura talmente di raccordo che, solo restando alla sinistra, per partenogenesi ha prodotto almeno altri due candidati a sindaco: Giuseppina Barloscio, funzionaria Asl, per il Sole che ride, e Maurizio Conticelli, funzionario della Comunità montana, per Orvieto Provincia. In lizza anche il pittore Giampaolo Aceto, con la sua lista dal nome roboante Orvieto capitale, che vorrebbe chiedere al comune di New York di adottare Orvieto.

A destra, l’avvocato Luca Giardini è il candidato di bandiera, ma solo quella di An. Forza Italia e Udc non hanno gradito e guardano a Parretti con qualcosa più di una curiosità. Il quale ha già spedito una “lettera agli orvietani” dove, lui che «non ho mai voluto avere a che fare con i partiti e le burocrazie, con i favoritismi e con gli intrallazzi del potere», chiede di seppellire la «vecchia politica».

Dice Parretti: «Non voglio insegne né di Forza Italia né di An, non voglio avere niente a che fare con loro, gli ho chiesto se volevano darmi qualche candidato, ma non hanno accettato. Sono loro che dovrebbero correre con me, non il contrario. Ma le porte sono aperte a tutti, di tutte le idee politiche, meglio se giovani e diplomati». Fiducioso, Parretti, è fiducioso.

«Secondo i miei sondaggi vincerò al primo turno. Ho già pronto per la carica di city manager Tommaso Mancia, presidente dell’Osservatorio per la piccola e media impresa, un dipartimento della presidenza del Consiglio, che lascerebbe dopo otto anni per darmi una mano». Per il resto un programma onnicomprensivo e minimalista, che parla anche di cultura: come la proposta fatta al maestro Menotti di spostare a Orvieto il Festival di Spoleto. «Tra le tante città d’arte umbre, Orvieto è l’unica ad aver perso abitanti negli ultimi 30 anni. E gli anziani sono il 26 % della popolazione, la percentuale più alta in Italia». Di qui l’altro cavallo da battaglia: assistenza sanitaria domiciliare.

Da figlio della Rupe, figlio di un commerciante di vino e di una sarta, annuncia – «e non “prometto”…» – la cifra tonda di mille nuovi posti di lavoro: «800 espulsi da ricollocare nell’artigianato e nell’agricoltura, 200 per giovani nell’alta e media tecnologia». Inutile chiedergli come e quali. «I posti verranno, verranno, ne ho creati tanti in vita mia».

Il suo obiettivo è risollevare Orvieto dopo decenni di malgoverno clientelare e parassitario. Nei primi discorsi ha parlato di Rinascimento orvietano, ma anche di Risorgimento, forse considerandoli sinonimi. Comunque, ha reso l’idea. Dice che per lui, parlano i fatti. «Nella mia vita le grandi scelte le ho “induvinate” tutte. Parlo varie lingue (meno l’italiano, dicono i maligni, ndr), ho esaltato l’Italia nella grande industria statunitense, sono stato sulla sedia di comando della più grande casa cinematografica di tutti i tempi, ha conosciuto Papi e presidenti della Repubblica, re e regine».

La politica che lo intriga è solo questa di Lilliput, localissima, mentre quella che si svolge a Roma o peggio nel mondo, lo annoia o lo disgusta. «Sul piano nazionale Berlusconi, che pure è mio grande amico, è stato una delusione. Siamo l’unico paese al mondo a non avere un governo né un’opposizione, sembra che la destra sia stata capace solo di far cadere Prodi, per il resto zero».

Guai a chiedergli giudizi. Della riforma dello Stato, cosa ne pensa? «E chissenefrega». E della riforma della giustizia? «E chissenefrega». Le tasse? “E chissenefrega». Ma signor Parretti, almeno sulla guerra, sul terrorismo islamico, sulla Fallaci, un’idea se l’avrà fatta? «E chissenefrega». La prego… «Vabbé, dico che anche per me la guerra è stata uno sbaglio, io non ci sarei manco andato, ora farei tornare i soldati, la penso come coso … quello pure lui socialista come me… Zapateros». Grazies.

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