UN 2003 DURO PER STATI UNITI E GERMANIA

9 Agosto 2002, di Redazione Wall Street Italia

Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto le sue previsioni economiche mondiali al ribasso. I ritocchi sono soprattutto preoccupanti per il 2003.

Per gli Stati Uniti, nonostante il malessere che si è diffuso a Wall Street con la scoperta di bilanci gonfiati, la riduzione del pil per il 2002 è solo di 0,3 punti, dal +2,5% al +2,2%.

Ma è assai più pesante la diminuzione della crescita prevista per l’economia americana nel 2003, anziché un +3,25%, solo il +2,5%. In sostanza, nel 2003, gli Usa non saranno quella locomotiva dell’economia mondiale che si sperava.

Questo dipende dal fatto che i mercati internazionali sono fiacchi (vedi crisi sudamericana e semistagnazione europea). E ciò rallenta lo sviluppo dell’high tech che – come sta emergendo dai dati delle società telefoniche in crisi – è ancora carico di sovrainvestimenti.

Quanto all’Europa, qui le previsioni del Fmi sono cupe, in particolare per la Germania. Infatti, nel 2002 la crescita del suo Pil, secondo queste stime (che dovrebbero essere particolarmente accurate, essendo tedesco il direttore generale del Fondo, Horst Kohler,) sarà solo dello 0,7%.

Soprattutto è deludente il dato per il 2003, in cui ci sarebbe solo un miglioramento di 0,4 punti. E’ spiegabile ciò che emerge per gli Stati Uniti, che stanno raccogliendo i cocci di un lungo boom dell’economia e della Borsa, cui è seguita una recessione, tutto sommato modesta in confronto ai grandi cicli del passato.

La fase di ristrutturazione è in atto e quel 2,5% di crescita del pil nel 2003, che fa storcere il naso a Washington sarebbe considerato un annuncio radioso a Berlino.

Ciò che è difficile spiegare è l’incapacità dell’Europa della moneta unica di crescere. Si fa fatica a credere che l’economia tedesca, che pure presenta grandi imprese con tecnologie avanzate e proiettate sui mercati internazionali, sia così poco dinamica.

Sorprende che, nonostante i quattro milioni di disoccupati, il governo di Berlino non riesca a rendersi conto che deve esserci qualcosa di sbagliato nel modello economico sin qui gestito.

Compresi gli sgravi fiscali alle grandi imprese, decisi lo scorso anno, che sono serviti a migliorarne i bilanci, ma non a suscitare una nuova ondata di investimenti.

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