TUTTI PIANGIAMO MISERIA, MA I SOLDI GIRANO

26 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – «Mia madre diceva sempre: “A piagne miseria nun ce se rimette mai”. Ecco, sta succedendo quello che la saggezza popolare ha sempre suggerito: tutti piangiamo miseria. Tutti ci diciamo sfiduciati. La sfiducia è diventata un compagno di viaggio, un contagio collettivo. Intanto però ci godiamo una vacanza». Sempre bastian contrario, il sociologo Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis. Che esorta: «Guardiamo alla patrimonializzazione della gente: qui girano i soldi. Magari vengono dal sommerso e dall´evasione, ma vanno in case, fondi mobiliari e altre rendite. Certo, il fenomeno non influisce sui conti del paese, ma c´è. I guai dell´Italia sono in questa distorsione».

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Ammetterà però che l´economia è in recessione, i conti pubblici fuori linea ed ora l´Istat dice pure che gli italiani non scommettono sul futuro.
«Certo, ma io penso con terrore al prossimo week-end: oggi ci sarà l´assemblea della Confindustria, poi quella della Banca d´Italia e ci sono state l´Ocse, Eurostat, l´Istat, l´Economist… Diremo senz´altro: “Dio, siamo rovinati!” Ma sono pronto a scommettere che, durante quel ponte, non ci sarà né un posto in aereo né in albergo. E sa perché? Perché siamo alla schizofrenia. La sfiducia, senz´altro palpabile, sicuramente diffusa, è un mood falso: tutti lo sentono, ma nessuno si comporta di conseguenza. E la ragione è in quella distinzione strutturale tra patrimonio e reddito laddove il primo, che è fatto di aziende sommerse, agriturismo o artigianato finisce per opacizzare il secondo, cioè i conti del paese, perché non traina ancora abbastanza. Ma si farà sentire presto».

Faccia un esempio concreto.
«Faccio una domanda, piuttosto: perché se c´è la crisi la gente si compra le case e va in barca?»
Perché?
«Perché si leva lo sfizio e perché, a piagne, appunto, non ci si rimette. Ma dietro questi due atteggiamenti c´è una ragione economica che è quella che ho detto».
Morale?
«E´ come nella parabola del Vangelo: l´Italia ha i talenti da far fruttare, ha i suoi prodotti doc, i suoi marchi, il suo turismo di qualità, la sua logistica e i suoi professionisti. Però ci vuole tempo perché questo patrimonio si riverberi sui conti pubblici. Nell´attesa, si piange. E più si fanno appelli alla fiducia e peggio è. Penso a Berlusconi quando dice che bisogna fare squadra. O a Ciampi che reclama una scossa. Non voglio fare il cerchiobottista ma sono cinico e dunque: basta appelli, sono controproducenti. E´ come dire a un depresso dai, forza, reagisci. Ormai la sfiducia c´è e deriva dal fatto che eravamo abituati tutti a fare soldi mentre oggi invece – basta guardare quelli che fanno le scalate – sono solo in pochi a guadagnare».

Quanto pesa questo sommerso di qualità?
«Tanto e ci lavora il 37% degli occupati. Ragioniamoci sopra, allora».
Il sentimento della sfiducia però è accompagnato dal realismo dei numeri: tutti bui.
«Un realismo che abbiocca, ci imbozzola e ci rende schizofrenici. Non dico mica che non bisogna darli, i numeri. Ma poiché la crisi non modifica i comportamenti, ecco che la sfiducia è uno stato d´animo falso».
Secondo l´Istat no. Anzi, aumenta lo stress delle famiglie, dove cala il tempo libero e cresce quello per gli spostamenti.

«Sarà. Secondo me, però, la famiglia non c´entra e la crisi finisce pure per aumentare la libertà dell´individuo. Un amico mi diceva che il nostro tasso di assenteismo è dell´11% e quello Usa del 4 perché lì devono lavorare tutti di più dovendo mantenere diverse famiglie. Noi abbiamo meno mogli e siamo assenteisti per goderci la vita».
Come definirebbe il sistema produttivo oggi: inerte, bloccato o cos´altro?
«Anche qui: abbiamo un cambiamento di ciclo che è strutturale e un processo produttivo che, negli ultimi trent´anni, s´è tutto fondato sul made in Italy e sui distretti monosettoriali. Questo doppio gioco del brand del prodotto e del comparto è finito».
Che intende per brand?
«Il marchio: ormai te lo copiano in pochi istanti. Pochi giorni fa Tremonti mi raccontava che un reggiseno cinese costa mezzo euro, uno italiano 60 . Quanti ne vendi? Sicuro pochi».
Come se ne esce?
«Puntando sul brand territoriale: turismo, prodotti speciali e di qualità. Certo, un brand così non lo esporti. Ma tira, anche se non traina i grandi numeri. Perché accada, bisogna aspettare».
E come si risolleva il mood della gente?
«Pazientando: prima va toccato il fondo. Poi c´è il rimbalzo. Ci vorrà un annetto».

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