TROVATE UN MARCHIONNE PER LE BANCHE

25 Maggio 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – In cinese la parola ‘crisi’ (weiji) è formata da due caratteri: uno (wei) significa pericolo, l’altro (ji) significa opportunità. Non è un caso. Ogni crisi porta con sé molti rischi, ma anche molte opportunità. Alterando lo status quo, le crisi permettono l’emergere di nuove idee organizzative e di nuove imprese.

Questo processo di ‘distruzione creatrice’ – scrive l’economista austriaco J. A. Schumpeter – è la vera essenza del capitalismo.Questa distruzione creatrice è certamente all’opera nel settore automobilistico. Dalle ceneri della bancarotta di Chrysler e della crisi finanziaria di General Motors nascono nuove opportunità per consolidare un’industria malata di eccesso di capacità produttiva.

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In genere io non sono un grosso sostenitore delle grandi fusioni. Le uniche vere ‘sinergie’ derivanti dalla stragrande maggioranza delle fusioni vengono dall’aumento del potere di mercato (a danno dei consumatori) o del potere politico (a danno dei contribuenti). A fronte di queste, ci sono enormi costi di integrazione: dai sistemi informativi alla cultura manageriale. Ma l’ardita operazione progettata da Sergio Marchionne sembra essere un’eccezione.

L’accordo con Chrysler permette alla Fiat di entrare sul mercato americano con una struttura capillare di distribuzione. L’acquisto della Opel facilita il consolidamento del settore auto in Europa. Entrambe queste operazioni consentono alla Fiat di ammortizzare i costi di ricerca e sviluppo su una produzione molto maggiore. Non ultimo, questa espansione avviene a prezzi stracciati. Anche se il successo non è garantito, questa operazione di sicuro ridisegna l’industria dell’auto nel mondo, creando importanti guadagni di efficienza. E non sarebbe mai avvenuta se l’industria automobilistica americana fosse state tenuta in vita artificialmente dai sussidi statali.

A fronte di queste profonde ristrutturazioni nel mondo dell’auto, nel settore del credito prevale l’immobilismo. Abbiamo assistito, è vero, a delle fusioni (JP Morgan ha comprato Bear Stearns, Wells Fargo si è presa Wachovia, Bank of America ha messo le mani su Merrill Lynch). Ma si è trattato di matrimoni di convenienza, forzati o favoriti da una Federal Reserve ansiosa di stabilizzare il settore, anche a costo di renderlo meno efficiente.

Basti pensare all’acquisto di Merrill Lynch da parte di Bank of America. Non solo quest’ultima ha strapagato, ma ora si trova a perdere la maggior parte dei migliori talenti della banca d’investimento, non abituati a operare all’interno della burocrazia di una banca commerciale.

Come è possibile che nulla si muova proprio nel settore che ha innescato la crisi? Forse non abbiamo realizzato l’inettitudine dei sistemi di controllo del rischio delle principali banche? L’inefficienza delle procedure di concessione del credito? Le sinergie negative tra l’attività di trading e quella di raccolta di depositi? L’incapacità della maggior parte dei sistemi informativi bancari di incrociare le informazioni sui depositi con quelle sui prestiti dello stesso cliente? Non è un caso che Citigroup sia stata sull’orlo della bancarotta in tre delle ultime quattro recessioni: il modello del supermercato finanziario non funziona. Ma allora perché non assistiamo a una profonda trasformazione?

A ostacolare questo processo di ‘creazione’ nel settore bancario è proprio l’intervento statale. Non esiste creazione senza distruzione. Fermando con i suoi sussidi il processo di distruzione, lo Stato inevitabilmente ostacola anche il processo di ricerca di alternative: il processo creativo. Parafrasando Schumpeter, è proprio dal ‘trial and error’ che nascono i nuovi modelli organizzativi, perché nessuno sa oggi con certezza quale sia la ricetta giusta per il futuro. Di sicuro sappiamo solo che, mantenendo artificialmente in vita le imprese esistenti, il supporto statale ostacola la ricerca di alternative migliori.

Questo è vero in generale, ma è maggiormente vero nel settore bancario, dove la protezione offerta dallo Stato alle istituzioni considerate ‘troppo grosse per fallire’ non solo ostacola la ricerca di alternative, ma va nella direzione opposta, sussidiando la creazione di giganti del credito che sappiamo essere inefficienti. Tanto negli Stati Uniti come in Italia, se vogliamo l’emergere di un Marchionne del credito dobbiamo porre fine ai sussidi a favore della Geronzocrazia.

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