TROPPA SUPPONENZA
DAI VERTICI FIAT

26 Gennaio 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – «Mi sorprende che Montezemolo si sia scandalizzato perché il Sanpaolo ha venduto il pacchetto Fiat, e mi sorprende ancora di più che Marchionne si aspettasse di essere avvertito: se lo avessimo fatto avremmo commesso un reato. Se vogliono essere rispettati devono smetterla di avere un atteggiamento da principi del Rinascimento quando il Rinascimento non c´è più.

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Basta essere qui a Davos, dove si parla solo di Cina e India, per capire le dimensioni del problema: la Fiat si sta risanando, bene, ma ormai non c´è più una sola azienda italiana tra le prime cento mondiali». Enrico Salza, presidente del Sanpaolo, taceva da cinque giorni ma adesso vuota il sacco e si spiega. Salza è nell´occhio del ciclone da venerdì scorso, quando il suo istituto ha venduto di colpo le azioni Fiat del famoso prestito “convertendo”, e in Borsa il titolo ha avuto uno scossone per effetto della vendita di un pacchetto consistente. I vertici Fiat hanno reagito duramente, lo hanno accusato di avere danneggiato l´azienda. La vicinanza del Sanpaolo ha accentuato lo strappo, aggiungendovi un sapore di tradimento fra alleati, una spaccatura dentro l´establishment torinese che evoca l´esistenza di altre possibili linee di tensione, dentro lo stesso azionariato familiare. Sono tornate a galla vecchie ruggini, una lunga serie di contrasti fra Salza, la famiglia Agnelli, Montezemolo. Se uno strappo c´è stato, il retroscena della tensione ha radici antiche, questa non è una crisi esplosa a freddo venerdì scorso.

Approfittando della trasferta sulle Alpi svizzere dei Grigioni, in mezzo al Gotha della politica e della finanza globale, Salza si apre e reagisce alle accuse. Il banchiere ci tiene prima di tutto a difendere la coerenza e la correttezza della vendita di venerdì scorso. «Ci sono segnali che il gruppo si sta risanando e che a fine mese presenterà dei buoni risultati. Noi che cosa ci stiamo a fare, perché dovremmo conservare un pacchetto di azioni che avevamo acquisito per l´operazione di salvataggio? Da mesi quelle azioni le avevamo collocate in un portafoglio disponibile per la vendita. Era una decisione di dominio pubblico, simile del resto a quella presa da tutte le altre banche. Si trattava solo di decidere il momento giusto per vendere. Lo abbiamo fatto secondo una logica di mercato, quando il prezzo di Borsa ci sembrava buono. Io ho avvertito la Consob venerdì alle ore 13.45 e un secondo dopo ho informato il mio consiglio d´amministrazione».

«Avrei dovuto dirlo anche alla Fiat? – continua – Quest´affermazione è stata fatta con molta leggerezza. O è una pretesa da sprovveduti, o tradisce un vecchio vizio di supponenza. La nuova direttiva europea sugli abusi di mercato, convertita di recente in legge italiana, dice chiaramente che dare informazioni riservate di questo tipo a un singolo azionista è un reato. Perciò sono molto stupito che Marchionne abbia riferito di essere stato informato preventivamente quando il Monte Paschi ha venduto le sue azioni. In quanto al presunto danno che noi avremmo inflitto al valore delle azioni, mi sembra che sia stato ampiamente riassorbito».

Il banchiere torinese appare sorpreso della virulenza delle reazioni. Gli sembra fuori misura, sproporzionata all´evento. Dietro ci legge un nervosismo interno dovuto forse ad altre cause: la fragilità dei rapporti tra i vari rami della famiglia Agnelli dopo la morte di Gianni e Umberto; il dramma personale di Lapo Elkann che ha innescato malumori dentro la dinastia sulle regole di comportamento; l´irritazione di quei familiari che sono in consiglio d´amministrazione ma contano poco mentre altri hanno incarichi operativi di rilievo; infine la posizione difficile di Montezemolo «che ha accettato quella presidenza Fiat obtorto collo ma non può fare mille mestieri». Salza osserva che la stessa crescita del titolo in Borsa negli ultimi mesi può essere il risultato di qualche fondo amico che compra per stabilizzare il controllo, se nella famiglia dovessero aprirsi fratture.

Di certo lo scontro tra Fiat e Sanpaolo indica che qualcosa si è rotto. Non era questo il costume tradizionale, pochi anni fa un evento simile sarebbe stato impensabile, una offesa al galateo nei rapporti dentro l´establishment torinese. E non è solo in gioco l´equilibrio di potere tra due forze storiche del Piemonte. La Fiat rimane nonostante tutto il primo gruppo industriale italiano, il Sanpaolo la banca più grande del paese. La tensione si tinge inevitabilmente di una dimensione anche politica, a due mesi dalle elezioni: Salza è un ulivista, amico di Prodi, l´amministratore delegato della sua banca e il direttore generale (Iozzo e Modiano) hanno ottimi rapporti con i Ds. In quanto al ruolo politico di Montezemolo, Salza non esita a classificarlo nella schiera dei «numerosi finti progressisti». La ruggine tra i due ha radici antiche. Cattolico riformista, Salza ha sfruttato ogni occasione per controbilanciare il potere Fiat: in Confindustria, negli enti locali, nelle banche, nei giornali. «Sono sempre stato convinto che Torino sia una città con troppi sudditi, e pochi cittadini».

E´ fiero di alcune sue battaglie: «Quando ero editore del Sole-24 Ore ho difeso l´autonomia del giornale dalla Confindustria e ho fatto una lunga battaglia, purtroppo perdendola, perché fosse quotato in Borsa a garanzia dell´indipendenza». Dei suoi contrasti con l´Avvocato, con Umberto e con Romiti dice: «Ho detto il mio dissenso quando affioravano tra di loro degli elementi di cultura monopolista». Fino all´ultimo intervento delle banche per il salvataggio dell´azienda nella crisi più grave: «Sono stato il più severo tra i banchieri, in quel frangente, nel criticare la confusione strategica del gruppo. E soprattutto ho detto: o gli azionisti di famiglia tirano fuori i soldi anche loro perché credono nel rilancio, oppure non vedo perché dovremmo farlo noi. Dovevo avere la certezza che un giorno ci sarebbe stato un ritorno di quell´investimento per i miei azionisti. Non siamo un´opera pia, e fortunatamente le banche non sono più aziende pubbliche, né dovrebbero subìre influenze dalla politica».

Un elemento di contrasto con Montezemolo è stato sicuramente sulla proprietà dei giornali. «Se mi avessero chiesto di cercare altri azionisti per la Stampa lo avrei fatto volentieri, da banchiere mi sarei fatto affidare un mandato per cercare altri azionisti, a patto che loro scendessero sotto il 51%. Non intendo certo occuparmi di politiche editoriali, ma come cittadino piemontese ho interesse che la Stampa si rafforzi. Qualche alleanza sarebbe stata e sarebbe ancora possibile. La famiglia Agnelli non ha bisogno di un giornale per entrare nella buona società». Un´altra occasione di conflitto con Montezemolo riguarda la Confindustria: Salza si è opposto a farvi confluire anche l´Abi, l´associazione bancaria. «So di essere un personaggio scomodo, diciamo pure un rompiballe».

Al World Economic Forum, dice, «sono venuto per respirare un´aria diversa da quella italiana, per osservare le tendenze che muovono l´economia globale, e capire meglio i problemi del nostro sistema-paese». Di quei problemi, la querelle con la Fiat è un episodio sintomatico. «Siamo fieri di aver contribuito a salvare un grande gruppo che rimane pur sempre la prima azienda manifatturiera italiana. Ricordiamo che storicamente, in media ogni dieci anni le banche italiane sono chiamate a salvare un settore industriale in dissesto. Ma qui a Davos non posso fare a meno di osservare che nessun gruppo italiano figura tra i primi cento nel mondo. Qualche anno fa c´era l´Eni, adesso non c´è più neanche l´Eni.

Di fronte a sfide immense come l´emergere di nuove superpotenze economiche globali, la Cina e l´India, l´inadeguatezza delle nostre dimensioni è il problema numero uno. Una responsabilità del sistema bancario è anche quella di sostenere la crescita nella taglia e nella internazionalizzazione delle imprese. Per riuscire ad avere imprese industriali più grandi bisogna avere anche banche più grandi, e quindi il consolidamento del nostro settore creditizio non può certo considerarsi concluso. E allora, tornando alla vendita del nostro pacchetto di azioni Fiat: è già difficile fare il mestiere di banchiere, sono contrario alla supplenza, alle banche che si sostituiscono agli imprenditori. Nella crisi Fiat siamo intervenuti come banchieri, perché se non entravano le banche l´azienda saltava. E´ stato un atto intelligente, responsabile, e anche rischioso. Ma non siamo mai entrati per insegnargli a fare le automobili, né per occuparci dei loro giornali, del Corriere o della Stampa. L´intervento delle banche è positivo solo se è propedeutico, se aiuta le imprese a dotarsi di una classe manageriale adeguata».

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