TRADING
E BUON SENSO

12 Maggio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Questa intervista a Franco Meglioli e’ apparsa sul sito ufficiale dell’ Italian Trading Forum, organizzato da Traderlink, Trader Library e Morningstar, che si terrà il 17 e il 18 maggio a Rimini. Il contenuto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – INTERVISTA A FRANCO MEGLIOLI

Domanda: Ci racconti un “salvataggio sulla linea”, un’operazione che poteva portare a una grande perdita, evitata alla fine. Quale dote l’ha aiutata di più?

Risposta: Nessuna dote. Credo che, spesso, sia solo la fortuna a salvarci da situazioni sgradevoli (il famoso “bus del cul” di Sacchiana memoria). Ovviamente è un fattore che si cerca di sottovalutare (nascondere) a vantaggio delle nostre capacità.

D.: Solitamente un trader si specializza in pochi mercati. Qual è il suo, quale sceglierebbe per cambiare e perché?
R.: Opero solo sulle azioni. E non vedo perché doverlo cambiare.

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D.: Uscire da un trade è più difficile che entrare, e forse il talento sta proprio in come si esce. Lei su che basi lo fa, quando non lo ha deciso in anticipo?
R.: Se, come dice, il “trucco” per uscire vincenti da un trade sta nel “quando uscire” (e lo condivido) non vedo perché rivelarlo!

D.: Dopo tanti anni, forse sono stupido, ma non ho capito ancora bene la differenza tra investimento e speculazione, a parte forse la durata… lei che idea ha?
R.: Io sono rimasto al medioevo: l’investimento è una cosa buona, la speculazione no! Ovviamente faccio parte dei cattivi. Macchissenefrega.

D.: Cosa fa dopo un trade sbagliato per colpa sua?
R.: Beh, tutti i trade sbagliati sono colpa mia. Credo che sia molto importante non addossarne la responsabilità ad altri. Chi fa trading ha costi e ricavi come una qualsiasi azienda: le perdite sono i primi e non si possono eliminare, cosi’ come Fiat non può evitare di pagare gli stipendi a fine mese.

D.: È possibile operare per anni sempre con la stessa tecnica?
R.: Certo! Squadra che vince non si cambia! E’ noioso, è vero, ma come scriveva il collega Zagatti: “noia = guadagno, eccitazione = perdite”. Da scrivere a caratteri cubitali.

D.: Che peso ha lo studio nel mantenimento di buone performance? È possibile continuare a guadagnare senza studiare?
R.: A scuola ero un po’ “secchione”, lo ammetto. Rispetto alle precedenti interviste che ho letto, però, mi schiero (forse da solo) dall’altra parte. Ultimamente mi sono applicato poco. Anche perché di cose nuove (e interessanti) non se ne vedono. E’ sempre la stessa minestra riscaldata che ormai è diventata rancida. Ma, torno a sopra, se una cosa funziona perché cambiarla?

D.: Per cosa sono utili i software, in cosa sono inutili, in cosa addirittura dannosi?
R.: Ho cominciato a far trading disegnando “a mano” il grafico di Generali su carta millimetrata prendendo i prezzi da Milano Finanza. Farlo adesso sarebbe una bella perdita di tempo ma credo che riuscirei ad ottenere lo stesso buoni risultati. Non è comunque il software lo strumento vincente (anche se può certamente aiutare molto) ma è il chip che lavora instancabile sotto i capelli.

D.: Ogni trader nella ricetta operativa mette il money management. Ci dice cosa è e cosa concretamente significa, al di là delle definizioni?
R.: Lo definirei la capacità di saper gestire la posizione soprattutto quando si è dalla parte sbagliata. Spesso, purtroppo!

D.: Un’altra regola d’oro è “la disciplina”. Ma dire che “bisogna essere disciplinati” è un po’ come dire che “bisogna essere intelligenti”. Potrebbe aggiungere qualcosa?
R.: Essere disciplinati è facile da dire ma mooooolto difficile da realizzare. Scagli la prima pietra chi può sostenere di non cadere più in tentazione. C’è poco da fare: è qualcosa più forte di noi. E’ un po’ come se mi dicessero di fare bunjee jumping: si sa che è uno sport non rischioso ma non lo farei mai! Così lo stop loss: per una perdita non è mai morto nessuno ma quando bisogna schiacciare il pulsante il nostro ego non ne vuol sapere.

D.: Fare il trader a tempo pieno è una scelta o un obbligo, perché i prezzi comunque ti occupano la mente in continuazione?
R.: Io mi occupo di trading ma non guardo quasi mai i prezzi (un po’ di televideo a pranzo, però, non fa mai male!). Altrimenti, come scriveva Seykota, è come avere una slot machine sul tavolo. E non sono molti a vincere a Las Vegas.

D.: La prima regola di Paul Tudor Jones è “proteggi quello che hai”. A parte i soldi, cosa deve proteggere un trader sopra ogni cosa?
R.: Credere in se stesso. Anche se non è facile.

D.: Esistono gli imprevisti, o lo stop loss usato rigidamente li elimina di fatto?
R.: Credo che lo stop loss sia uno strumento un po’ sopravvalutato. Un dogma. Chi non usa lo stop è un povero sfigato. Stop. Forse, però, non è così. Conosco persone che in questo periodo di borsa (in salita) si sono mangiate un sacco di soldi con il Fib (stoppando di qua e di là ogni 50 punti). Altri, con i capelli bianchi, ignoranti di analisi tecnica, Gann, Elliot e chi più ne ha più ne metta, aumentare (e di molto) il proprio portafoglio tenendo delle azioni e non vendendole. Chi ha ragione?

D.: Cosa è più formativo per lei come trader? Alludo all’attività di pensiero che più la rafforza per operare…
R.: L’ignoranza! Sono sicuro che più uno si ritiene intelligente più i risultati sono negativi. Uno non deve capire, intuire, studiare, fare scenari sullo scacchiere internazionale: deve solo seguire il movimento del mercato.

D.: Nel trading disciplinato che spazio c’è per l’intuito?
R.: Nessuno, credo.

D.: E per il talento? Cioè, cosa porta a performance diverse due trader che usano esattamente le stesse tecniche?
R.: E’ evidente: uno le applica, l’altro no.

D.: Immagino che una parte dei denari guadagnati non vengano reimmessi nel trading. In cosa li investe? Ancora titoli, case, opere d’arte?
R.: Sempre nel trading perché non sono esperto di altre cose. Dimenticavo: colleziono fumetti da 20 anni. Ho fatti i conti: le loro performance sono strabilianti. Peccato che gli importi investiti erano risibili.

D.: Una buona parte dei trader di alto livello scrivono libri, e sugli altri c’è chi scrive libri. A cosa serve (a parte i diritti d’autore): a chiarirsi le idee, a diventare più famosi, a far parte di una comunità più ampia? Puro narcisismo?
R.: Se dovessi scrivere un libro, ma non ne sono capace (forse non ne ho voglia), lo farei sicuramente per diventare più famoso (e, alla fin fine, per narcisismo).

D.: Cosa si può imparare dai libri di altri trader? Siamo sicuri che dicano proprio tutto tutto tutto?…
R.: Bisognerebbe chiederlo a chi li scrive.

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