TORNA IL SUPER EURO? NO, MA IL DOLLARO SARA’ DEBOLE

2 Giugno 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – L’Euro ha raggiunto, oggi, quota 1,4227 contro il dollaro. Un picco che il cambio tra la divisa europea e quella americana non toccava dal dicembre scorso. Così, la domanda è spontanea: Torna Mr SuperEuro? Il Sole24ore.com ha rivolto il quesito a un panel di esperti. Senza , peraltro, dimenticare altri cross valutari.

L’Euro e il Dollaro

«È fondamentale decidere quale orizzonte temporale prendere in considerazione – spiega Rony Hamaui, docente di mercati monetari internazionali all’università Cattolica – È certo che, nel medio-lungo periodo, avremo un dollaro debole». Come dire, insomma, che per il 2010 potremmo abituarci alla divisa verde che scambia attorno a 0,50 con l’Euro. Gaetano Evangelista, analista tecnico e presidente di Age Italia, fa una considerazione un po’ differente. L’esperto, infatti, anticipa l’eventuale scenario dell’ulteriore debolezza del dollaro : «Bisogna prestare attenzione alla resistenza compresa tra 1,410 e 1,425 – dice – . Il superamento di questo livello porterebbe in tempi brevi la moneta unica europea a quota 1,50».

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E, visto che quest’area oggi è stata toccata, il momento in cui il dollaro cala ancora potrebbe essere non troppo di là da venire. «Anche se – sottolinea Evangelista – il semplice record intraday è insufficiente. Rileva, ovviamente, uno sfondamento più deciso di quella resistenza». Ma, ormai, il cross danza attorno a quei livelli. La tesi rialzista sull’Euro è, peraltro, sostenuta anche da Robert Sinche, analista indipendente, in precedenza capo delle strategie monetarie di Bank of America: «Quando uno vede cosa succede in General Motors e l’attuale situazione del capitalismo americano, ben può capire perché gli investimenti non prendono» la via degli Stati Uniti. «Il dollaro scenderà facilmente verso quota 1,45», sottolinea.

E lo stesso Angelo Drusiani, esperto di Albertini syz, concorda con l’idea di un dollaro debole: «Anche perché -dice -la politica economica e monetaria degli Usa è soprattutto finalizzata a mantenere un biglietto verde debole che favorisca l’export e, più in generale, l’industria americana. In questo momento, invece, non rilevano molto altre variabili quali, per esempio, i rendimenti del reddito fisso». Per quale motivo? «Perché tra Europa e Stati Uniti non c’è grande differenza. Il Treasury decennale, infatti, rende circa il 3,63% mentre il “fratello” tedesco TBund dà una cedola del 3,64 per cento. Non sono queste, a tutt’oggi, le variabili fondamentali».

I fondamentali che pesano

Fin qui la difficile arte di guardare la sfera di cristallo. Ma, attualmente, quali le variabili che incidono sull’andamento del cross valutario? «In generale – dice Hamaui – tre sono gli aspetti da monitorare. In primis, i futuri tassi di crescita delle economie mondiali. Superata la crisi, è abbastanza condivisa l’idea che l’America viaggerà relativamente più piano degli altri Paesi: Europa compresa. E questo comporta già adesso un calo della domanda di dollari. Inoltre, incide negativamente il deficit estero delle partite correnti. Quello statunitense si avvia verso il 3,3% del Pil mentre in Europa siamo, all’incirca, sul pareggio.

Infine, non va dimenticato il debito a stelle e strisce. La politica economica espansiva di Washington porterà il deficit pubblico verso il 10% del Prodotto interno lordo e il debito pubblico arriverà al 100 della richezza prodotta negli Usa. Questo mix di situazioni avrà inevitabili conseguenze sulle divise». In particolare? «Washington si vedrà costretta – sottolinea Hamaui – a stampare moneta e a emettere asset in valuta americana: un’offerta che, visto l’andamento della congiuntura a stelle e strisce, sarà più alta della domanda. Anche perché le banche centrali avranno difficoltà a digerire la nuova ondata di moneta».

Giocoforza, la quotazione del dollaro scenderà. «Non è un caso – afferma Hamaui – che il Governo americano aumenti i contatti con Beijing. La Cina, che possiede miliardi di asset in dollari, è tra i maggiori creditori degli Usa. Il rischio è che diversifichi troppo i suoi portafogli a favore di altre monete». Il Paese del Drago, insomma, è una grande incognita che deve essere a tutti i costi “controllata”. «Tanto è vero – ricorda Hamaui – che il segretario del tesoro Usa Timothy Geithner è andato a Pechino prorio questa settimana per convincere il governo cinese a comprare Treasury americani».

Diverso è l’approccio di Evangelista: «Il dollaro – sottolinea – è una divisa anticiclica. Si rafforza quando l’economia è in recessione e si indebolisce quando entra in una fase espansiva (vedi grafico a piè di pagina). Questo perché, durante la crisi, gli Stati tentano di uscirne anche indebolendo le proprie divise per favorire l’export; e dal momento che il dollaro è la divisa di riferimento negli scambi internazionali, svalutare le proprie divise equivale a rafforzare il dollaro.

Viceversa, quando l’economia tira, gli Stati sono più disponibili a vedere le proprie divise rafforzarsi come riflesso dell’espansione economica, e ciò si riflette in un indebolimento del biglietto verde». E però, nonostante l’attuale recessione, il dollaro si indebolisce: come mai? «Perché – risponde Evangelista – pesa il debito pubblico. Nella misura in cui l’espansione del deficit Federale si tradurrà in una crescita del rapporto tra debito pubblico e Pil, ciò andrà ad impattare negativemente sul dollaro». E quindi? «Credo che non vedremo un SuperEuro, anche se quest’ultimo potrebbe spingersi fino l’1,5 dollari. Si tratterà di un trading range», ciè di un movimento laterale. Anche perché, in una situazione come l’attuale, le economie occidentali non possono permettersi un eccessivo rafforzamento di una divisa sull’altra. «Forti rimbalzi, eventualmente, potremmo vederli tra le monete dei paesi emergenti».

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