THAILANDIA: SENZA CAMICIE ROSSE CRESCITA DEL 6.2%

7 Aprile 2010, di Redazione Wall Street Italia

Politica permettendo, l’economia della Thailandia potrebbe archiviare l’anno con una crescita del 6.2%. Non poteva scegliere giorno migliore la Banca mondiale per rilasciare il suo rapporto aggiornato sulle economie dell’Est asiatico e del Pacifico. Proprio oggi il Paese ha proclamato lo stato di emergenza nella capitale dopo che le camicie rosse hanno fatto irruzione in parlamento per chiedere elezioni anticipate.

Mentre la nazione e’ alle prese con le dichiarazioni del primo ministro Abhisit Vejjajiva, che in un discorso televisivo ha fatto intendere che non ricorrera’ alla forza per mettere a tacere i manifestanti (“l’obiettivo del governo e’ quello di aiutare il ritorno a una situazione di vita normale” nel rispetto della legge), e i sostenitori del premier deposto Thaksin Shinawatra dichiarano guerra, la Banca mondiale avverte: “un contesto favorevole potrebbe permettere un’espansione”.

Per proteggere il tuo patrimonio, segui INSIDER. Se non sei abbonato, fallo subito: costa solo 0.86 euro al giorno, provalo ora!

Il problema e’ sempre lo stesso: la forte dipendenza dalle esportazioni. Il tasso individuato per fine anno rappresenterebbe un punto di svolta rispetto al 2009, quando il Pil si e’ contratto del 2.3% a causa della recessione globale e della conseguente caduta delle esportazioni.

L’istituto prevede che i prodotti venduti al di fuori dei confini locali possano raggiungere i $168.2 miliardi, su dell’11.5% rispetto ai 12 mesi prima ma ancora al di sotto della cifra record segnata nel 2008, pari a $175 miliardi.

Meno ottimismo sulla crescita della domanda interna. Ci sono, e’ vero, “segnali di vita, ma difficili condizioni climatiche (siccita’), la fine dei programmi di stimolo pensati per spingere i consumi e l’incertezza politica potrebbero mettere il bastone tra le ruote che portano la Thailandia all’espansione”, si legge nel report.

Il fattore forse piu’ preoccupante in questo momento e’ proprio la crisi politica che si trascina dalla meta’ dello scorso marzo. Con effetti non certo convenienti per il business di Bangkok. Basti citare l’esempio dei negozi costretti ad abbassare le saracinesche nelle strade occupate dai protestanti. Ogni giorno sono andati in fumo $1 milione di dollari di vendite potenziali.

Un altro caso e’ quello del settore turistico, dove gli operatori alzano la voce stufi di essere ostaggio della politica. “Il nostro comparto rappresenta una delle principali fonti di ricavi per il Paese. Bisogna capire che se questo settore subisce un arresto gli effetti si propagano sull’intera economia”, ha riferito Kongkrit Hiranyakit, chairman del Tourism Council of Thailand. Tradotto: ogni giorno di protesta equivale a un -15% (a 29000 unita’) sugli arrivi di turisti nell’aeropoto di Suvarnabhumi.

Ma cosa si nasconde dietro una simile sommossa? La ragione e’ anche economica. La percezione generale e’ di uno scontento dell’operato di Abhisit nel migliorare la situazione economica del paese ignorando, peraltro, la triste condizione in cui vivono i contadini.

La nota dolente riguarda proprio il settore agricolo. La Banca mondiale si aspetta tempi difficili anche per questo anno. “Forte siccita’ e calo dei prezzi del riso nel 2010 non sono certo di buon auspicio per produzione e consumi agricoli”. A compensare potrebbe essere il comparto manifatturiero, dove le assunzioni si stanno risollevando.

Altro fattore da considerare: il ruolo di Cina e India nell’equilibrio dell’area asiatica. “I due Paesi stanno esercitando una crescente pressione su quelli limitrofi come Thailandia, Filippine, Malesia, Indonesia e Vietnam”, ha spiegato Vikram Nehru, capo economista all’interno della Banca Mondiale, ricordando che “questi paesi hanno messo a segno solide performance negli utlimi 20 anni grazie agli investimenti dall’estero. Con le pressioni della Cina da un lato, e dell’India dall’altro, Thailandia e compagnia devono migliorare la loro catena di valore. Farlo richiede un incremento degli investimenti non solo in infrastrutture, ma anche nel capitale umano”.

Intanto i mercati finanziari snobbano l’attuale crisi. Nella seduta odierna lo Stock Exchange of Thailand (SET) ha chiuso con un +1.27% a 818.38 punti con scambi per 20.83 miliardi di baht, pari a $643 milioni. Acquisti anche per gli altri indici. E il trend sembra destinato a continuare dopo il rally del 9% a marzo, che ha permesso di archiviare il primo trimestre a 787.98 punti.

L’idea, diffusa tra gli analisti, e’ che con l’economia locale e globale in ripresa, le aziende torneranno a spingere sugli investimenti. “Il 2010 sara’ l’anno della stabilizzazione dei mercati e della congiuntura generale”, ha anticipato Suvabha Charoenying, managing director in Thanachart Securities. “E’ il momento giusto per le Ipo”. L’esperto sta mettendo a punto quattro sbarchi in borsa da reallizzare entro fine anno.

Gli investitori stranieri non hanno lasciato il Paese al suo destino: dal 22 febbraio infatti hanno acquistato $1730 miliardi di azioni thailandesi. Tuttavia il ministro delle Finanze locale, Korn Chatikavanij ha avvertito che nel caso di proteste prolungate la crescita potrebbe essere “sostanzialmente peggiore” del +4.5% previsto dal governo e del +6.2% delle stime della Banca Mondiale.

Lo stallo politico potrebbe anche ritardare il previsto rialzo dei tassi di interesse. Un altro mese di proteste sarebbe intollerabile, non solo per l’economia della Thailandia, ma anche per la salute del popolo di Bangkok, ha riferito il ministro delle finanze Korn Chatikavanij.