TERRORISMO: LE DIFFICOLTA’ DI UNA SCELTA

17 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

Sandra Bonsanti e’ Presidente dell’ Associazione Libertà e Giustizia.

È mortificante questa sensazione di freddo, di già sperimentato, di parole sempre al limite della strumentalizzazione quando si confronta il dibattito italiano sul terrorismo a quello che avviene sui giornali e nella politica di altri paesi. Qualcosa di miseramente “piccino”, quasi nella nostra Italia fossimo ormai incapaci di guardare ai grandi fatti di questo secolo senza punti di riferimento, senza valori e idee che vengano “prima”, sempre, di qualunque altro ragionamento.

Uscire dalla nostra piccineria non è facile. Come non è semplice rispondere, senza questa premessa, ai soci e ai simpatizzanti che in questi giorni ci stanno chiedendo di suggerire comportamenti rispetto alle due manifestazioni. Partiamo allora da quelle osservazioni che ci sembrano preliminari ad ogni discussione.

Fa parte della storia del terrorismo di ogni tempo, luogo e matrice, quella di scegliere il momento in cui colpire: questa caratteristica è intrinseca alla natura stessa del terrore che si vuole diffondere e delle conseguenze che si intende ottenere con una determinata operazione di morte. Ad ogni episodio di terrore, ad ogni strage di innocenti segue una reazione di quella parte di umanità che non è stata colpita direttamente ma che, in qualche modo, si sente coinvolta nel presente o pensa di poterlo essere in un prossimo futuro.

La reazione all’11 settembre fu l’improvvisa e diffusa solidarietà nei confronti degli Stati Uniti, l’emergere convinto di un’amicizia che aveva radici lontane, ma che la fragilità del ricordo aveva annebbiato o ridotto pesantemente. Un grande patrimonio che la guerra in Iraq e ancor più la teorizzazione della guerra preventiva e unilaterale del governo Bush ha contribuito rapidamente a dissolvere.

Quando il popolo reagisce a un fatto di terrorismo reagisce sì alla morte come l’ha vista e vissuta in quel preciso momento, allo strazio dei sopravissuti, all’orrore in genere, alle richieste del perché che ogni volta arrivano dai familiari, alle accuse specifiche di sottovalutazione del pericolo, ma sempre questa reazione è fatta anche di cose più vecchie, che si sono accumulate nella riflessione collettiva: responsabilità passate, scelte importanti poco condivise, timore del futuro, preoccupazioni per l’economia e via dicendo. La consapevolezza della complessità delle reazioni dovrebbe portare a ragionamenti pacati, ad approfondimenti.

Quello che urta invece, in queste situazioni, sono le parole d’ordine della politica, gli slogan, lo schierarsi subito, senza mai alcun dubbio, di qua o di là, le certezze esibite in televisione da chi fino a pochi minuti prima non aveva idea nemmeno di cosa si trattasse. Lo sproloquio e l’esibizione sono empi, così come la strumentalizzazione politica, quando parliamo di una storia grande e tragica come la guerra dei terroristi alla civiltà della democrazia occidentale.

Certo la Spagna ha votato sull’onda dei suoi morti, ma ha anche votato nel segno della protesta contro la conduzione bugiarda della crisi. E’ infatti impossibile, a mio avviso, separare l’umana paura del terrorismo e l’indignazione per le vittime innocenti dal giudizio su come è stato deciso di affrontarlo. E’ impossibile piangere i morti di Madrid e accusare i signori del terrore senza affrontare anche il giudizio sulla guerra unilaterale e preventiva. Queste riflessioni fanno parte di una stessa storia, sono parte di noi, del nostro modo di vedere la vita e la morte. Esse rispecchiano i valori a cui ci ispiriamo. Ed è la non condivisione dei metodi ad avere come conseguenza inevitabile le spaccature attuali: profonde anche se possono apparire superficiali.
Dunque, è giusto o non è giusto manifestare insieme contro il terrorismo e manifestare per la pace soltanto?

Ogni manifestazione porta a laceranti semplificazioni con parole d’ordine efficaci ma fuorvianti, slogan che non aiutano a ragionare, a ricercare posizioni per riuscire a fronteggiare la crisi. In questo quadro è lecito ad ognuno seguire la propria natura e il proprio orientamento, sapendo di far parte di un grande calderone nel quale buona e cattiva fede si mescolano, si incontrano magari per poco, si contaminano l’una con l’altra. Sapendo che non sarà una manifestazione a cambiare il mondo e nemmeno a farci più o meno solidali con le vittime del terrore o più o meno consapevoli che la guerra in Iraq è stata un errore: per esportare la democrazia, se mai essa sia una merce davvero esportabile, bisogna avere credibilità democratica e non penso che la guerra unilaterale e preventiva possa aspirare ad averla: la guerra in Iraq è stata un tradimento dei valori democratici.

Bisognava combattere il terrorismo dopo l’11 settembre. Bisognava e bisogna difendere l’Occidente e le democrazie dalla minaccia di un fanatismo che ha per nemico il concetto stesso di democrazia. Ma senza essere noi i primi e minarne l’anima e i valori.

Non andrò né a una manifestazione né all’altra. Ma ognuno cerchi dentro di sé i motivi per esservi o non esservi. E ogni scelta sarà giusta.