TELECOM:
ROBE DA CORSARI

3 Aprile 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Il colpo di scena su Telecom Italia è uno straordinario esempio di gara tra chi ha accumulato più torti che ragioni. Quando ci si misura sul destino di una delle maggiori aziende quotate italiane, dalla travagliata storia fin dai tempi della cattiva privatizzazione iniziale col metodo del nocciolino duro per privilegiare la Fiat, fino ai due successivi passaggi di mano di cui il primo almeno tramite Opa e il secondo invece nemmeno con quello (tagliando completamente fuori i soci di minoranza), i torti e le ragioni si misurano non sull’aura più o meno di successo del socio di controllo di turno, ma sui diritti rispettati o violati innanzitutto dei soci di minoranza. Che nel caso di Telecom Italia non sono decine e decine di migliaia di piccoli risparmiatori, ma decine e decine di grandi e piccoli fondi d’investimento, italiani e internazionali.

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Ebbene, sotto questo profilo l’offerta a sorpresa della cordata messico-americana di America Movìl e del colosso AT&T è il risultato di tre grandi torti verso il mercato, consumati nell’ordine il primo dalla politica nazionale, il secondo dall’attuale socio di controllo, e il terzo – almeno sino a questo momento – dalle maggiori banche italiane.

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Vediamo di spiegarci con ordine, a maggior ragione perché messa giù così dura è un’analisi che va controcorrente, rispetto all’enfasi degli elogi a Marco Tronchetti Provera che si sono letti ieri. È vero, ha messo gli aspiranti compratori italiani e le banche, che da mesi si affannano invano intorno al dossier, con le spalle al muro, imponendo d’ora in avanti come valutazioni per il 18% di Telecom detenuto da Olimpia almeno 2,92 euro. O almeno, così hanno scritto tutti: in realtà, se fossimo un vero Paese di mercato, non sarebbe vero per niente, come spiegheremo tra poco. Ed è proprio la distanza ancora amplissima da un mercato vero, saggiamente regolato e vigilato e con attori in grado di rispettarne le regole, ciò che l’ennesimo sviluppo della telenovela telefonica consente di misurare.

Partiamo dal governo Prodi. Capisco l’enfasi di annunciare liberalizzazioni su materie come l’orario dei parrucchieri, o di vendere come liberalizzazioni provvedimenti anche popolari come i calci tirati ai regolatori di mercato, espropriandoli delle misure che solo a loro e non al governo spetterebbero, per l’abolizione dei costi di ricarica telefonici, i massimali di scoperto nei conti, e l’estinzione gratis dei mutui prima del tempo. Ma se il governo avesse fatto la sua parte, non saremmo arrivati a questo punto.

In una partita come quella che riguarda l’ex monopolista telefonico, il governo l’estate scorsa cadde nella trappola ideologica dell’italianità da preservare della rete fissa, intesa come infrastruttura decisiva per la sicurezza nazionale. Sulla base di quella balla si tentò maldestramente di lanciare un piano, da parte di banche e fondazioni amiche nonché della Cassa depositi e prestiti, di ripubblicizzazione della rete.

Il modello inglese

Tronchetti Provera ebbe giustamente buon gioco nel bollare come impropria e illegittima la tentata invasione di campo, e la cosa contribuì non poco a fargli riprendere simpatie e consensi che la sua azione di proprietario e manager – distruttore di valore tanto in Telecom che nella sua Pirelli – davvero non valgono a conferirgli. Un governo serio avrebbe dovuto spiegare che ciò che conta per la produttività nazionale, molto indietro per gli effetti negativi che nell’intera filiera d’impresa e consumatori continuano a manifestarsi per un’inadeguata quantità e qualità di investimenti nell’ICT, nelle tecnologie avanzate della comunicazione e dell’informazione, e nella banda larga, non è affatto l’intera dorsale della rete fissa di Telecom, ma in realtà quello che in gergo tecnico si chiama “ultimo miglio”, per consentire a tutti i concorrenti non dotati di infrastruttura propria l’accesso su piede paritario ai consumatori e alle imprese.

Non è affatto un problema di proprietà della rete, è un problema regolatorio da affidare all’Agcom: sul modello con cui nel Regno Unito l’equivalente autorità di settore ha a lungo contrattato con British Telecom una gestione della rete fissa aperta per davvero alla concorrenza, senza per questo cederne la proprietà e con una vigilanza tanto occhiuta del regolatore che addirittura questi nomina il management e stabilisce la reddititivà della divisione di BT che controlla e investe sulla rete.

Da noi, il governo preferisce continuare a parlare di italianità della rete: e, così facendo, hanno dato una mano al socio di controllo attuale, perché potesse spuntare un prezzo più elevato alla sua uscita. Ma certo non hanno pensato al consumatore.

Secondo torto: quello di Tronchetti Provera medesimo. È suo pieno diritto, mirare a un prezzo di uscita molto più elevato di quello che il mercato sinora ha riconosciuto al titolo. Ma non sfuggano alcuni particolari: dell’offerta separata e concorrente di americani e messicani il mercato italiano ha saputo solo da un cda straordinario di Pirelli convocato domenica sera, non da un comunicato regolarmente emesso degli offerenti. È già successo così con Telefonica: in altre parole è Tronchetti che presenta al mercato i suoi potenziali successori, per alzare il prezzo e schiodare eventuali controfferte italiane destinate a lasciare i soci di minoranza altrettanto a bocca asciutta, ma lui col portafoglio meno piangente.

Diciamo la verità: in un Paese di mercato vero, la Consob non avrebbe dovuto prestare per l’ennesima volta bordone a questo tentativo, in altre parole avrebbe dovuto ieri sospendere le quotazioni del titolo Telecom e della filiera Tronchetti. Perché Lamberto Cardia si presta a questa strategia da corsari? Mistero, almeno per noi. Di certo, non è al mercato e ai soci di minoranza, che pensa.

È evidente che At&t è associata alla proposta di Slim e di America Movìl solo perché loro socia e compartecipata, ma che la proposta è del tutto sudamericana: in questo modo il gruppo si candida a rilevare il controllo di Telecom Italia per una cifra che costerebbe meno che rilevare la sola Tim Brasil che gli fa gola. Ma con la differenza non secondaria che la eventuale cessione di Tim Brasil – l’unico vero asset in crescita esponenziale del fatturato e utili del perimetro di TI odierno – deve essere deliberato dal cda di Telecom, non da Olimpia o Pirelli. In altre parole, è una proposta di acquisizione ostile, per il management Telecom in corso di rinnovo alla prossima assemblea, ma anche per tutti i soci di minoranza.

Opa “da sotto”

Quanto alle banche italiane, è presto detto. La loro divisione tra Intesa e Capitalia, con la prima favorevole al prezzo chiesto da Pirelli e la seconda contraria, ha indotto Tronchetti a questo nuovo strattone di corda. Ora sta a Mediobanca, sindacata con Generali con Tronchetti e i Benetton, decidere entro 30 giorni se far propria la proposta di prezzo messico-americana, o lasciar fare.

La Mediobanca di un tempo – quella del tanto a torto vituperato Enrico Cuccia che chi qui scrive rimpiange ogni giorno di più – ci metterebbe probabilmente tutti di fronte a una sorpresa: governo, Tronchetti e banche italiane. Scoprirebbe che il controllo di Telecom si può prendere meglio da sotto che da sopra, lanciando una bella Opa sulla società che spalmerebbe su tutti i soci il premio di controllo, e lasciando Tronchetti libero di conferire a propria volta il suo 18% oppure no, ma senza scegliersi prezzo e compratore. Un prezzo più basso funziona, se lo si destina a tutti invece che a pochi che molto hanno sbagliato.

Un’Opa vera, con soldi veri, visto che rilevare Telecom con un’operazione a debito per la terza volta di seguito sarebbe reso pressoché impossibile dai debiti attuali della compagnia. Non mancano i potenziali attori industriali dell’operazione, noi qui conosciamo il nome di almeno un paio di loro, e se non li facciamo è solo per evitare di turbare i corsi dei loro titoli quotati, mentre si confrontano con Mediobanca e Capitalia. Se così nascesse, sarebbe davvero benvenuta, una controcordata italiana. Ma se le banche riprendono il copione di Intesa, e assecondano l’istinto statalista della politica e la distrazione della Consob che pensa ad altro, allora forse a perdere meno sarà Tronchetti, ma solo lui. Con tutto il rispetto, il mercato è altra cosa.

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