TELECOM:
PERCHE’ OBBEDIRE
A FASSINO?

4 Aprile 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Ci han provato una volta. Una seconda. Una terza. Ma questa volta no, proprio non ci riescono. In sintesi estrema ma non paradossale, sarebbe questo il pensiero di Marco Tronchetti Provera, assicura chi gli ha parlato dopo la bella sorpresona dell’offerta su Olimpia amero-messicana avanzata da AT&T e America Mòvil.

E noi, cari lettori, vi rigiriamo ciò che abbiamo raccolto: perché ammettiamolo, ci sono tante cose che non tornano, nella telenovela di Telecom Italia. E almeno per questa volta ci mettiamo in tasca le nostre idee – che ben conoscete – , facendo puro mestiere di cronisti e riportandovi ciò che ci viene garantito essere il pensiero che in queste ore decisive anima l’azionista di riferimento di Telecom.

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Perché, tanto per cominciare, la cosa più succosa è che ad aver provato a fregare il patron di Telecom è la politica. Anzi, la vecchia politica, pare che dica Tronchetti: quella vecchia politica tornata prepotentemente a volersi mettere sotto i piedi i diritti proprietari degli azionisti, la loro libera determinazione di cedere le proprie azioni al miglior offerente, e al giusto prezzo che non è certo quello stabilito da politici statalisti e banche – forse – troppo conniventi.

Il governo Berlusconi avrà avuto tante pecche e difetti che del resto ho anche criticato dalle tribune di Confindustria, aggiunge Tronchetti, ma almeno si asteneva da interventi a piedi uniti nella vita di una grande società quotata come Telecom, non foss’altro che per la sensibilità – alias dal conflitto d’interesse – discendente dalla proprietà di Mediaset.

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Come si risolvono i problemi Telecom


I quattro tentativi di mettere Marco nel sacco

Ed esaminiamole allora, le fregature tentate a Tronchetti dalla vecchia politica prodiana. È ovvio che la prima secondo voi sia quella risoltasi nel famoso piano Rovati, e mette appena conto ricordarla: l’idea che un azionista ormai alla canna del gas potesse vedersi sfilare da banche e fondazioni bancarie amiche della presidenza del Consiglio, nonché dalla Cassa Depositi e Presitti, la rete fissa di Telecom.

Ma vi sbagliate: quella è già la seconda, perché la prima fregatura lamentata come portata ai danni di Tronchetti dai prodiani – nella fattispecie, da un banchiere d’affari amico del premier – è quella che avvenne nella trattativa con Rupert Murdoch, la scorsa estate. Tronchetti è assolutamente convinto – la realtà del mercato internazionale non gli dà torto – che la crescita di Telecom Italia possa avvenire nella sinergia con grandi gruppi multimediali, perché solo così si può fare concorrenza a chi gareggia sui servizi che passano via Internet, quelli veramente concorrenti alla rete fissa. Solo con grandi volumi ci si può misurare con chi offre servizi gratis per poi rivalersi sulla pubblicità, sostiene Tronchetti, e per questo l’accordo con Murdoch valeva tanto oro quanto pesava.

Ma quando il magnate australiano si rese conto di ciò che il governo italiano davvero pensava di Tronchetti – cioè che fosse ormai un ex azionista di controllo nei guai fino al collo e destinato a uscire nell’onta – ecco che Murdoch puntò i piedi e chiese la luna. E non se ne fece nulla: premessa per il piano Rovati, ma entrambi sventati dalla reazione durissima di Tronchetti.

Terza fregatura, tentata e sventata: quella sul dossier spagnolo, con Telefonica. Quella volta, pare che dica Tronchetti, alla Pirelli fecero tesoro degli aspri round di boxe ingaggiati col governo Prodi e i suoi amici, finanzieri e banchieri privati di nome e statalisti di fatto. Nel caso del gruppo guidato da Cesar Alierta, dice Tronchetti, ci siamo mossi con triplice attenzione. Sulle sinergie e il valore da estrarre nell’intesa finanziaria e industriale, in quel caso la valutazione era di ben due miliardi di euro grazie allo sfruttamento congiunto delle presenze congiunte, a cominciare dal Sudamerica e dal Brasile, col vantaggio che in quel dannato Paese che per Telecom Italia per tanti anni è stato più croce che delizia gli spagnoli vantano una quota di mercato inferiore alla nostra.

Quanto poi alla trattativa, aggiunge Tronchetti, abbiamo distinto il ruolo dell’azionista da quello dell’azienda, anche perché nel frattempo era avvenuto in Telecom il passo indietro e alla presidenza era stato nominato il professor Guido Rossi. E quanto alla politica, si aggiunge in Pirelli, proprio per evitare i guai alla Rovati si scelse di informare preventivamente e approfonditamente i ministri che rappresenta- no il vertice dei Ds, D’Alema e Bersani. Nella convinzione che essi non avrebbero condiviso l’errore prodiano del passato recente, e anzi avrebbero avuto buon gioco nel vantare qualche merito nei confronti del governo Zapatero, contrariato da Prodi e Di Pietro col veto opposto alla fusione Auto-Abertis.

Ma niente da fare, pare che dica Tronchetti. Il professor Guido Rossi si convince anche lui che l’azionista è un morto che cammina, e giunge al punto di negare l’esistenza del memorandum of understandig, cioè del documento scritto e contrattato tra le due aziende, Telecom e Telefonica, – non solo dall’azionista – in cui si mettevano in luce i fini dell’accordo e gli obiettivi industriali prefissi. La nega per iscritto, ai consiglieri indipendenti di Telecom che, avendo visto il documento girare sul tavolo, si associano alla richiesta scritta del professor Guido Ferrarini. Il cda di Telecom ormai è in scadenza, pensa il professor Rossi, e dunque a negare la sua esistenza non rischierò nulla, tutti penseranno a essere rieletti nella lista che proprio da oggi va presentata dagli azionisti. In più, eguale delusione dai vertici Ds: appena Tronchetti li informa, invece di distinguersi da Prodi cercano di bissarne il tentativo di scippo, chiamando subito banchieri e imprenditori amici per mandare all’aria l’offerta spagnola. Che, infatti, finisce anch’essa nel cestino.

Ma Tronchetti non demorde.

E siamo alla quarta tentata fregatura, ancora non messa a segno ma che Tronchetti si attende, contro la nuova offerta avanzata da americani e messicani. Questa volta, Tronchetti si sente molto più sicuro di sé. È vero che Fassino ha ieri dichiarato anche lui che il piano Rovati non era poi così male, ma i banchieri italiani che la politica tenta di mobilitare questa volta sono inchiodati ai 2,92 euro dell’offerta di Carlos Slim. Ma obbediranno poi davvero, i banchieri italiani, alla chiamata alle armi che viene da palazzo Chigi?

Dicono che Tronchetti sorrida, a questa domanda. Cesare Geronzi, in questi mesi, il banchiere che negli anni era stato più sollecito e compenetrato nel sostegno a Tronchetti, si è invece contraddistinto per la difesa di un prezzo assai più basso di quello offerto dalla cordata amero-messicana. E, insieme a lui, in questa posizione si sono ritrovate Mediobanca e Generali, sindacate con Tronchetti nella difesa di Olimpia ma che ora devono considerare una controfferta ad almeno lo stesso prezzo di Carlos Slim e dei suoi soci a stelle e strisce.

Geronzi non ha mantenuto quella posizione perché convinto che Tronchetti fosse spacciato, dicono in Pirelli, ma solo per dare più spessore e credibilità decisiva alla sua prossima presidenza di Mediobanca. Ma ora che alcuni soci “pesanti” di Mediobanca hanno accumulato buone quote di azioni Telecom a prezzo basso, pensano in Pirelli, ecco che di fronte a una massiccia plusvalenza come quella che si può realizzare in questi giorni, in cui il titolo sale vorticosamente, molte delle opposizioni sin qui insuperabili cadranno. Probabilmente anche quella di Geronzi, dicono.

Le perplessità di Bazoli e le sirene unioniste

Quanto a San-Intesa, ha sempre pensato che il valore del titolo Telecom non fosse quello sostenuto da Mediobanca e Capitalia, ma assai vicino all’offerta di At&T e America Mòvil. Dunque, perché Bazoli dovrebbe obbedire oggi a Prodi e Fassino, dicono che si chieda Tronchetti? Alla fine, è a quest’ultimo semplice interrogativo, che si risolve la quarta fregatura politica che Tronchetti teme. Anche se, stavolta, avverrebbe a un prezzo per lui più consono.

Qualcuno pare gli abbia chiesto anche se non tema la Procura, come arma estrema del centrosinistra. Su questo, la risposta è una sonora risata, dicono. Noi ci siamo limitati qui a riportare per filo e per segno quanto ci è stato raccontato. In ogni caso, il senso di rottura totale tra un pezzo essenziale dell’establishment italiano, banchieri politicizzati e politica avida di affari in proprio che ne esce è talmente vivido, che c’è da rifletterci su ben bene. Alla fine, a rimpiangere quel bandito di Berlusconi quando è troppo tardi, si rischia di rimetterci mica poco.

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