TELECOM
E IL MERCATO
IMMAGINARIO

3 Aprile 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Nell´audace colpo di Marco Tronchetti Provera c´è la metafora di una storia esemplare. Quella di un certo capitalismo italiano, che ha perso troppe sfide industriali. Dalla chimica alla siderurgia, dall´informatica all´alimentare. L´ultimo addio è per le telecomuncazioni. Omnitel agli inglesi, Wind agli egiziani, Fastweb agli svizzeri. Ora tocca a Telecom, che può finire agli americani dell´At&t e ai messicani della Movil.

La Borsa brinda, la politica sbanda. I dirigisti di complemento si indignano a sinistra, i liberisti alle vongole si compiacciono a destra: il solito teatrino nazionale, poco dignitoso e molto provinciale. Si dice: è il mercato, bellezza. Ed è vero: nessuno può contestare a Tronchetti il diritto di vendere a chi vuole. Tanto più a un prezzo che gli attribuisce un premio del 30% sulle quotazioni azionarie correnti. Ma nessuno può ignorare che purtroppo il nostro è un «mercato immaginario».

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Più che nei fatti, esiste nei convegni, nei dibattiti, sui giornali. La possibile vendita di Telecom non chiama in causa tanto la questione dell´«italianità». Certo, volendo ci sarebbe anche quella, in un Paese che ha già ceduto all´estero interi settori produttivi. Che nei prossimi giorni potrebbe perdere in un colpo solo anche Alitalia e Autostrade. Che a parte le lodevoli eccezioni di Unicredit e Enel, ogni volta che prova a fare shopping oltre frontiera cozza contro le barriere di stati-nazione più blindati e più protezionisti del nostro.

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Come si risolvono i problemi Telecom

Ma in un regime di competizione globale, qualunque forma di autodifesa che ruotasse intorno all´autarchia industriale e finanziaria sarebbe insensata. È la «teoria di Wimbledon»: non conta la nazionalità di chi vince il torneo, ma solo il fatto che il torneo si giochi nel tuo paese. E poi, in un sistema di concorrenza internazionale, l´unica cosa che conta per il consumatore finale è l´efficienza del servizio reso e la convenienza del prezzo offerto. E almeno su questo At&t, il più grande operatore di telefonia del mondo, potrebbe offrire più garanzie di qualunque altro partner.

La vicenda Telecom, piuttosto, rivela una doppia, speculare debolezza. Prima di tutto c´è la tragica debolezza del capitalismo italiano. Un capitalismo chiuso, povero di risorse e spesso anche di idee. Il capitalismo asfittico di quelli che un tempo si definivano i «salotti buoni», nei quali ormai tutti (dai raider stranieri ai furbetti del quartierino) irrompono come elefanti in una cristalliera. Il capitalismo oligarchico delle «scatole cinesi», che non ha mai smesso di considerare le minoranze azionarie come il vecchio «parco buoi».

In fondo, le mosse del Tronchetti di oggi sono coerenti con la sua parabola in Telecom. La comprò a debito nel 2001 dai bresciani di Gnutti, senza Opa e pagandola 4 euro ad azione. L´ha spolpata come poteva, aumentando l´indebitamento a valle e a monte della sua catena di controllo. Grazie a una colossale leva finanziaria, che parte da Sapa e scende a cascata fino a Telecom attraverso Olimpia e Pirelli, governa un gruppo che capitalizza 43 miliardi, possedendo lo 0,3% del suo capitale. Con 1 euro dei suoi, ne movimenta 5 mila dei suoi soci minori.

Come lui, sono stati e sono tanti i «capitalisti immaginari» che hanno gestito il potere economico con quello che Fabrizio Barca ha chiamato «il capitalismo a suffragio ristretto». Con questa logica, lo stesso Tronchetti che sei anni fa entrando in Telecom disse «l´Italia che ha perso il treno nell´elettronica nelle biotecnologie e nella farmaceutica ora ha una grande opportunità nelle telecomunicazioni», oggi tratta con gli americani e con i messicani per vendere al meglio. Rinnegando quella «missione strategica». Paralizzando l´azienda e il management per un mese. Scartando rispetto alle trattative già avviate con Telefonica. Mettendo le banche italiane che stavano studiando soluzioni alternative (da Mediobanca a Intesa) di fronte a un vero e proprio ultimatum. E, ancora una volta, architettando un´operazione costruita sulla pelle dei piccoli azionisti. E alla faccia del mercato.

Ma insieme alla strutturale fragilità dell´impresa, c´è anche la storica debolezza della politica. Questo chiama in causa soprattutto il centrosinistra. Parlare del centrodestra berlusconiano, in questo campo, sarebbe inutile: non è mai esistita una politica industriale della Cdl, esistendo soltanto l´interesse aziendale del suo padre-padrone.

Incapace di incarnare fino in fondo un modello (o quello dirigista francese, o quello liberista anglo-sassone), la politica del compromesso storico Dc-Pci ha cavalcato l´idea dello Stato-Imprenditore, trasformando le grandi ambizioni delle prime Partecipazioni Statali nelle gigantesche degenerazioni tangentizie degli ultimi anni della Prima Repubblica. Subito dopo il lavacro delle privatizzazioni (benefico per i conti pubblici, malefico per la politica industriale) il centrosinistra ha cullato il sogno infantile e pre-moderno di un´economia basata solo sul «piccolo è bello». Poi, nell´ansia di un accreditamento tardivo e ancillare, ha provato a scommettere sui «campioni nazionali», puntando su improbabili newcomers e mancando la selezione di una nuova classe dirigente.

Oggi l´Unione è in mezzo al guado. Bertinotti spera di fermare Tronchetti, in nome del «primato» del Parlamento. Prodi, stavolta, non cede alla stessa tentazione interventista. Capisce i problemi, ma paga il prezzo del caso Rovati. Il suo progetto di integrazione delle reti poteva avere un senso industriale, e puntava proprio a prevenire la crisi e l´inevitabile svendita di Telecom. Ma è nato male, ed è stato gestito peggio. Oggi Palazzo Chigi non può che fare buon viso a cattivo gioco. Il sacrificio di un altro «gioiello di famiglia». La perdita di un asset strategico come le infrastrutture di telefonia fissa e mobile. Magari, sullo sfondo, perfino il rischio che per salvare l´italianità di Telecom alla fine spunti fuori proprio il Cavaliere di Arcore, l´unico «salvatore della patria» che avrebbe in tasca i miliardi necessari. Il premier teme il peggio. Ma non può più permettersi il lusso di un´ingerenza. Come ha detto il portavoce Sircana: è la «sacralità del mercato». E conta più della realtà.

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