TASSI USA: TREDICESIMO
E ULTIMO RIALZO
PER GREENSPAN

12 Dicembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – La BCE ha deciso (finalmente per alcuni, avventatamente per altri) di mettere mano alla leva dei tassi di interesse, decretandone un rialzo, probabilmente il primo di una serie. Il comportamento della Federal Reverse e le dichiarazioni che accompagnano gli interventi della Banca Centrale Usa lasciano invece pensare che l’era dei rialzi volga ormai al termine, anche se appare molto probabile che oggi 13 dicembre il Presidente uscente della Federal Reserve, Alan Greenspan, possa, salvo colpi di scena dell’ultima ora, rialzare il costo del denaro di 25 punti base.

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Sarebbe questo l’ottavo incremento nel solo 2005, forse il penultimo della serie iniziata a metà 2004 quando il saggio sui Fed Funds era all’1 per cento. I successivi, se ci saranno, verranno attuati sotto la guida del nuovo Presidente, Ben Bernanke. Valutando, forse in modo semplicistico, le diverse tempistiche di intervento delle due Banche Centrali, è possibile ipotizzare che gli Usa siano circa 18/24 mesi avanti rispetto ai paesi dell’area Euro lungo la curva del ciclo economico. Immaginando di rappresentare l’evoluzione del ciclo come un circolo diviso in quattro quadranti, ciascuno della durata di 18 mesi circa, con il primo quadrante che rappresenta l’avvio dell’espansione, il secondo la fase matura della ripresa, il terzo l’avvio della recessione ed il quarto la recessione piena, è possibile immaginare che gli Usa stiano iniziando adesso a percorrere il secondo quadrante, mentre gli stati dell’area Euro si stiano incamminando adesso sul primo.

Il Giappone è probabilmente in una posizione intermedia rispetto agli altri due blocchi citati, mentre i paesi a più alto tasso di crescita, come Cina ed India stanno percorrendo una circonferenza diversa, quindi non confrontabile con quella delle economie più mature. Per Europa, Giappone e Stati Uniti si prospetta quindi ancora un periodo di crescita che va dai due ai tre anni e mezzo prima che si verifichi una nuova fase di recessione. In base a queste osservazioni quale potrebbe essere la giusta strategia di investimento nei prossimi mesi?

Per rispondere a questa domanda è necessario fare riferimento alle teorie dell’analisi intermarket. Durante la fase di espansione economica, come quella attuale (matura negli USA ed ancora in fase di decollo in Europa) l’inflazione ed i tassi di interesse reali in crescita fanno calare i prezzi dei bond ed il mercato delle commodities si avvia a toccare i suoi massimi (le voci, anche autorevoli, di un petrolio stabile tra i 50 ed i 70 dollari nel prossimo futuro si sprecano, non sono più in molti a scommettere su di una ulteriore crescita delle quotazioni del greggio).

In una seconda fase i tassi alti e, spesso, l’intervento restrittivo delle autorità monetarie (già molto avanzato negli Usa e forse prossimo alla fine, appena iniziato in Europa) colpiscono negativamente le azioni. A questo punto (ma presumibilmente prima di raggiungerlo dovrebbero passare 1/2 anni) l’economia entra in una fase di recessione: la domanda si riduce e con essa la produzione e quindi la domanda (ed i prezzi) delle materie prime. La ridotta domanda di beni si traduce quindi in una ridotta domanda di moneta con conseguente calo degli interessi. Questo comporta il rally dei titoli a reddito fisso e, successivamente, quello dei titoli azionari. A questo punto riparte la crescita dell’economia reale seguita dalla crescita di interessi ed inflazione. E il ciclo si ripete.

Dal punto di vista operativo nella prima fase dell’espansione dell’economia, quella dove si trova l’economia mondiale adesso, è meglio posizionarsi sul mercato dell’oro, delle materie prime e dei relativi futures per profittare al massimo del loro apprezzamento, mentre conviene alleggerire le posizioni in obbligazioni, almeno quelle a vita residua più lunga. In questi periodi, per quanto il mercato azionario complessivamente sia ancora in crescita, sarebbe meglio passare da titoli azionari interest sensitive (finanziari, TMT, ciclici, utilities con forte leverage) a titoli che performano meglio in contesti inflattivi (materie prime, miniere, chimici, farmaceutici, titoli petroliferi ed energetici).

Nella seconda fase dell’espansione, si assiste al top degli interessi e del CRB index, mentre i bond sono ai minimi ed inizia il calo sui mercati azionari (uno scenario che potrebbe essere di attualità tra un anno circa): in questo contesto “cash is king”. Mentre l’economia entra nella fase di recessione, con oro, inflazione e materie prime in calo, bisognerebbe iniziare a ritornare sui mercati obbligazionari. Con il bottom del ciclo economico reale, i tassi sono ai minimi e i prezzi dei titoli tendono a raggiungere i massimi (mentre il CRB index è prossimo ai minimi). Uno scenario di questo tipo è forse troppo lontano da quello attuale per essere di attualità, ma è sempre meglio avere presente il quadro completo e non solo i dettagli per evitare di prendere decisioni di investimento con il timing errato.

In sintesi quindi il 2006 potrebbe portare listini azionari ancora al rialzo, ma forse più in Europa ed in Giappone che negli Usa, obbligazioni in calo, soprattutto quelle a più lunga scadenza, e materie prime stabili, con forse l’eccezione dell’oro, in crescita a causa di dinamiche nuove sul fronte della domanda, e del carbone, il cui prezzo potrebbe aumentare per effetto del tentativo di sostituire questo combustibile al petrolio dove possibile per la produzione di energia.

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