TASSI USA SU FINO
A MARZO, POI
DI NUOVO IN CALO

7 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La sua sede di lavoro è a Washington. Ma di solito passa in Italia e in Europa un paio di volte l’anno. Così, approfittando di una delle trasferte di Steven East, il capo economista di Fbr – la banca d’affari Friedman Billings e Ramsey fondata nel 1989 con un investimento iniziale di un milione di dollari e oggi valutata oltre due miliardi – cerchiamo di tastare il polso dell’economia americana a pochi giorni dalla nomina a nuovo presidente della Fed di Ben Shalom Bernanke.

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«E’ stata probabilmente la miglior scelta possibile nel momento in cui il leggendario Alan Greenspan sta per passare la mano» – spiega East -. Bernanke è un teorico, ma anche un uomo di decisioni concrete. E ha svolto un ruolo cruciale nello scongiurare i rischi di deflazione che l’economia Usa ha corso nel 2002 e 2003», afferma East.

Ma la grande esperienza «antideflazionistica» di Bernanke, non rischia di rendere la Fed più acquiescente di fronte all’attuale pericolo di un ritorno dell’inflazione? «Non vedo questo rischio – sostiene ancora East – perché Bernanke è uno strenuo fautore dei livelli di inflazione programmata ed è pienamente consapevole dei danni generati da una ripresa della corsa dei prezzi».

Del resto, secondo l’economista di Fbr, l’inflazione americana, che oggi viaggia a un livello del 4,7% va valutata secondo il criterio più restrittivo del «nocciolo duro», la «core inflation». Ovvero quella depurata dai fattori congiunturali legati alla crescita dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari. «Sotto questo profilo più restrittivo e più significativo, oggi il costo della vita negli Stati Uniti sale di circa il 2% l’anno».

Sgombrato il campo dal retaggio di fantasmi inflazionistici in stile anni Settanta, East si mostra piuttosto tranquillo anche sul versante dell’aumento dei tassi. «Saliranno ancora, e verso febbraio-marzo 2006 i Fed Funds, i tassi a breve, raggiungeranno il 4,5%. Ma gli ultimi 20 anni di storia economica dimostrano che in media otto mesi dopo l’ultimo ritocco verso l’alto, i tassi ricominciano a scendere».
Ecco perché East si attende un costo del denaro al 4% entro fine 2006.

Un piccolo raffreddamento si potrà osservare sul fronte della crescita del Pil. «Il valore della crescita reale, ovvero depurata dall’inflazione, del Pil è dato dall’aumento della forza lavoro, che nel 2006 sarà dell’1% e dall’aumento della produttività, che aumenterà del 2-2,5%», spiega East. Secondo i ricercatori di Fbr, negli anni scorsi l’economia americana si è sviluppata a tassi superiori al 3,5% perché ha attinto a riserve di capacità inutilizzata che oggi sono state riassorbite interamente. «Da ora in avanti il Pil crescerà ad un ritmo inferiore al 3% annuo». Un dato strutturale, totalmente indipendente da qualsiasi rischio di recessione «un evento che allo stato attuale non è neppure immaginabile».

Ma che cosa cambierà in futuro nella struttura produttiva e in quali società e comparti dell’economia sarà più opportuno investire? «Ci sarà un buon andamento del settore industriale e manifatturiero, caratterizzato da un ritorno di interesse e di investimenti in capacità produttiva verso le imprese della old economy, trainate dallo sviluppo impetuoso dei paesi emergenti», spiega.

Ma questa tendenza implica un possibile calo di interesse per l’hi tech? «Assolutamente no. I prodotti di consumo tradizionali, auto, frigoriferi, lavatrici, saranno infarciti di elettronica, di software e di chip. Si assisterà piuttosto a una maggiore compenetrazione, a uno sfumare delle differenze, tra old e new economy».

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