TASSI USA: SEGNALI MOLTO PREOCCUPANTI

25 Settembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

* Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana.

(WSI) – Nell’economia e sui mercati finanziari si registrano fenomeni veramente inusuali negli ultimi tempi. L’ultimo tra questi, ed è di grande importanza, è il fatto che mercoledì scorso i rendimenti delle obbligazioni decennali del debito pubblico statunitense sono scesi al di sotto della soglia del 4% e ancora ieri si aggiravano attorno a questi valori.

Il fenomeno inusuale, ancorché rilevante, non è dato tanto dal calo, ma dal fatto che questa discesa si è prodotta all’indomani dell’aumento di 25 punti base dei tassi a breve da parte della Federal Reserve e nonostante la nuova impennata del prezzo del petrolio che ha superato i 48 dollari il barile.

Abitualmente i tassi a breve, che sono fortemente condizionati dalle banche centrali, e i tassi a lungo termine, che sono fortemente condizionati dalle aspettative inflazionistiche, si sono finora sempre mossi nella stessa direzione. Ossia quando una banca centrale aumenta il costo del denaro i tassi a lunga si muovono anch’essi al rialzo, sebbene non nella stessa misura.

E infatti l’unica eccezione a questa regola negli ultimi 35 anni si è verificata nel 1971, quando il rialzo dei tassi deciso dalla Fed non fu seguito da un aumento dei tassi a lunga, ma da un loro calo. In quell’occasione ad avere ragione fu il mercato dei capitali. Infatti, la Fed fu costretta nel giro di poco tempo a ritornare sui suoi passi e ad abbassare i tassi.

Il lettore potrebbe a questo punto essere indotto a pensare che si tratta di un’anomalia che interessa unicamente gli operatori finanziari e che quindi non lo riguarda direttamente. Questa idea è molto probabilmente sbagliata. Infatti, se l’attuale comportamento dei mercati dei capitali non dovesse rivelarsi un fuoco di paglia (in altri termini, se i tassi a lunga non dovessero risalire), questo calo indicherebbe chiaramente che la crescita americana ha perso gran parte della sua forza, che il rallentamento sarà maggiore e anche più rapido delle previsioni oggi più accreditate e che non mancherà di avere un effetto negativo anche sulle economie europee.

Tutto induce a pensare che il mercato dei capitali non si stia sbagliando. Infatti considera giustamente che la nuova impennata del prezzo del petrolio non desta preoccupazioni inflazionistiche, ma deflazionistiche, poiché agisce come una tassa che riduce il potere d’acquisto delle famiglie e aumenta i costi delle società, quando quest’ultime non sono in grado di scaricarli sui prezzi.

Si muove in linea con i dati economici statunitensi, che da alcune settimane sono inferiori alle aspettative e in alcuni casi chiaramente negativi. Basti citarne uno fra tutti: il superindice economico, che anticipa l’andamento dell’economia, è da tre mesi in calo. Insomma il mercato dei capitali sembra voler incitare a fare i conti con una realtà che appare ben diversa da quella tratteggiata dalla maggior parte degli economisti e degli analisti finanziari. E infatti i tempi sono inusuali anche per il modo di funzionare del ciclo economico.

Infatti, il rallentamento dell’economia statunitense appare di difficile lettura, se non ipotizzando che siamo ancora in un trend deflazionistico messosi in moto nel 2000 con il crollo dei mercati finanziari e che la ripresa americana di questi ultimi tre anni deve essere interpretata unicamente come un rimbalzo prodotto dalle giuste cure da cavallo somministrate dalla Federal Reserve e dall’amministrazione Bush.

Esauritisi questi stimoli, si sta ritornando rapidamente alla situazione precedente e quindi alle paure precedenti. È difficile ritenere puramente casuale che proprio nelle ultime settimane sia apparso uno studio della Federal Reserve, in cui si ipotizzano le possibili misure di politica economica nel caso in cui la deflazione dovesse ritornare ad essere il pericolo numero uno.

Un passo del genere la Fed lo fece già nel giugno del 2002, quando pubblicò uno studio dal titolo: «Evitare la deflazione: le lezioni dell’esperienza giapponese degli anni Novanta». In quello studio erano esplicitate e quindi preannunciate le misure che poi gli Stati Uniti hanno adottato in questi ultimi due anni.

Il problema è che esse, come indicano i mercati dei capitali, non sembrano essere riuscite a debellare la malattia della deflazione, che non appare essere un fenomeno congiunturale, da affrontare con i tradizionali strumenti di politica economica, ma il prodotto dei cambiamenti avvenuti negli ultimi anni all’interno delle singole economie e nell’economia internazionale.

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