TASSI: NON SCIVOLATE SULLA CURVA PIATTA

28 Novembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
I Bot people sono di nuovo senza bussola. E, in effetti, c’è da essere un poco disorientati nella prateria sempre più livellata dei rendimenti. Investire ad un anno, acquistando un Bot a 12 mesi o impegnarsi a 10 anni, con un Btp che scadrà nel 2016, significa ottenere rendimenti quasi uguali: 3,67% lordo nel primo caso, 3,96%, nel secondo. Il differenziale è di 29 centesimi, mentre era dell’1,87% nel 2004 e dell’1,74% nel 2002.

Che cosa è successo? La curva dei rendimenti europei è tecnicamente piatta. Solo investendo a 30 anni si potranno incassare 50 centesimi in più di quanto offrono i titoli a 12 mesi. Per guadagnare, dunque, bisogna fare un enorme balzo in avanti sulle scadenze, che non tutti sono preparati ad affrontare.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link INSIDER

E prima com’era? Tornando indietro di due anni, il trentennale offriva addirittura 2,65 punti in più rispetto al Bot annuale.

Ancora più risicato è il differenziale sulle scadenze quinquennali, che ora pagano 10 centesimi in più. Nel 2004 davano ben un punto in più. Se poi si fa riferimento alla durata due anni, la differenza è quasi impercettibile: oggi siamo a soli 6 centesimi oltre il solito Bot annuale. Erano 24 due anni fa e 18 quattro anni or sono.

Se l’investitore italiano storce il naso, in molti altri Paesi d’area euro i differenziali sono stati, nel passato, sicuramente superiori a quelli odierni, ma decisamente inferiori a quelli italiani. Ne consegue che altrove la curva piatta fa meno impressione.

Ora l’attesa sui futuro dei tassi d’interesse, e dei relativi rendimenti di mercato, vede un probabile, ulteriore aumento di quelli brevi, fino a tre anni, ed una sostanziale stabilità, se non un calo nel medio periodo, di quelli a lunga. In pratica si potrebbe arrivare a duplicare la situazione che si vive già per i titoli tedeschi, ma anche per quelli americani o inglesi, per i quali la redditività degli strumenti a lunga durata è inferiore a quella dei prodotti più brevi.

È davvero possibile che accada anche in Italia? Forse no, perché il grado d’affidabilità dei titoli del Tesoro italiano è inferiore di ben quattro livelli rispetto ai titoli dei paesi citati. E anche perché l’indebitamento pubblico è talmente elevato, da far sì che le emissioni a lungo termine continuino ad offrire un rendimento piuttosto alto, anche se in misura sempre più contenuta.

Come investire allora alla luce di queste indicazioni? Vale la pena suddividere il portafoglio tra varie durate oppure no? Sì.

Perché i titoli medio-lunghi offrono al risparmiatore cassettista entrate prodotte dalle cedole. Mentre quelle più brevi consentono di rimanere liquidi, permettendo un parcheggio non impegnativo, un polmone per investire nel caso si decida di cambiare la rotta del patrimonio. Inoltre le durate lunghe si adattano perfettamente anche agli investitori con maggiore propensione al rischio e che hanno una buona predisposizione al trading , l’attività di compravendita frequente su singoli titoli. Nessuno meglio di un Btp decennale del Tesoro si presta a questo tipo di operatività, che punta ad acquistare quando il prezzo scende e a rivendere quando invece sale.

Non va poi dimenticato che, se nei prossimi 12-18 mesi i rendimenti a lungo termine dovessero calare, a questo farà da contraltare un aumento delle quotazioni, così oltre al discreto flusso cedolare gli investitori avrebbero la possibilità di fare guadagni in conto capitale, non rilevanti ma quanto meno interessanti.
Questa opportunità non c’è per le durate brevi e neppure per i Cct, le emissioni pubbliche a cedola variabile, indicizzata al rendimento dei Bot semestrali.

Questa tipologia di strumenti, mai tramontata nelle scelte dei risparmiatori anche quando i tassi scendevano, offre ora un rendimento in linea con le emissioni a cedola fissa, grazie all’aumento dei tassi a breve, a seguito del rialzo deciso dalla Bce. Il punto di forza, ma anche di debolezza di questi strumenti, è tutto nella quotazione di mercato, che muta solo in misura molto modesta, non esponendo, in pratica, al rischio tassi. Le tensioni si scaricano tutte (o quasi) sulle cedole, che variano semestralmente anziché sul prezzo di mercato, che resta pressoché stabile nel tempo.

Un portafoglio a medio rischio per scivolare senza traumi sulla «curva piatta» potrebbe allora essere così strutturato: un 10% di tasso fisso con scadenza annuale, un 15% di triennali, un altro 15% di titoli quinquennali, un 30% con scadenza decennale e anche un 10% con scadenza trentennale, mentre il restante 20% andrebbe sulla cedola variabile.

Se si opta per un portafoglio con soli titoli pubblici, è infine consigliabile diversificare fra i grandi d’Europa. Non solo Btp, dunque, ma anche una parte di strumenti emessi in Francia, Germania o altre nazioni d’area euro, al fine di suddividere, oltre al rischio tassi, anche il rischio emittente.

Copyright © Corriere della Sera per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved