TASSE, PERCHE’
IL FAZIOSO BATTE
LO STUDIOSO

27 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Commentando la riforma fiscale del governo, Francesco Giavazzi ne identifica con lucidità i limiti quantitativi. Da studioso riconosce che ha vinto la ragionevolezza, le esigenze di copertura e questo ha portato a un trasferimento dallo Stato ai cittadini di una quota di reddito che si aggira sullo 0,4 per cento del pil. In sintesi, dice “Berlusconi non ha avuto il coraggio di tagliare la spesa in maniera davvero incisiva, quindi ha dovuto accettare una riforma fiscale più che modesta”. Da un punto di vista econometrico, come sempre, la diagnosi di Giavazzi non fa una grinza.

Se però si muta ottica, si guarda al valore di un segnale che, pur nei sui limiti quantitativi, inverte una prassi secolare, il discorso cambia. Se ne rende conto Massimo Giannini, paradossalmente proprio in virtù della sua faziosità antiberlusconiana. Lo preoccupa la reazione troppo liquidatoria dell’opposizione, che derubricando la riforma a “pura pubblicità” rischia un clamoroso autogol. Giannini si rende conto che “questa volta Berlusconi ha messo sul tavolo della politica qualcosa di più di un piatto di lenticchie”.

Con il raddoppio della no tax area per gli strati più poveri e gli sconti Irpef consistenti per il ceto medio “un po’ di soldi, nelle tasche delle famiglie italiane, finiranno per arrivare”. In questo modo, soprattutto, il nuovo “prodotto” di quella che Giannini chiama “la fabbrica dei desideri del Cavaliere” si presenta sul mercato politico, e “può essere un’arma importante”.

Il ritorno alle origini liberali di Forza Italia, la rinnovata sfida all’establishment italiano ed europeo, può rimotivare quel blocco sociale maggioritario, apparso deluso dai tentennamenti del centrodestra ma restio a intrupparsi nelle schiere sindacal-stataliste del centrosinistra. Giannini vede il pericolo e teme che un’opposizione boriosa lo sottovaluti.

Giavazzi, con l’obiettività dell’analista competente, calcola gli spostamenti di reddito e li giudica poco incisivi. Ma forse ha più ragione Giannini, che misura (faziosamente) le potenzialità politiche della riforma fiscale.

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