SUPEREURO, UN ALIBI PER L’ITALIA NON COMPETITIVA

23 Febbraio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Malgrado la perdurante stagnazione e la conseguente debolezza della domanda interna, la bilancia commerciale italiana ha chiuso il 2003 ancora in attivo, ma con il saldo più basso dal 1992. Nei primi Anni 90 il commercio con l’estero era in crisi perché si trovava al culmine di un ciclo valutario che, chiudendosi con una svalutazione della lira, doveva ripristinare una competitività nel frattempo «consumata». Erano gli ultimi anni di un’epoca nella quale l’economia italiana era cresciuta malgrado un sistema produttivo al cui elevato livello di intraprendenza non faceva riscontro una forza competitiva che potesse sostenere le ambizioni del Paese a confrontarsi con quelli più evoluti del resto d’Europa. La gran parte della produzione italiana, infatti, poteva essere venduta sui mercati esteri e nazionali solo in forza della convenienza di prezzo. Per questa ragione, quel modello di sviluppo poteva essere sostenuto solo alla condizione delle ricorrenti svalutazioni della lira, e solo fino a quando sarebbe stato possibile sostenere il suo rovescio della medaglia: in primo luogo l’inflazione che, a sua volta, concorreva al dissesto della finanza pubblica.

Nel ’92 cominciò la svolta verso una politica che poi avrebbe connotato il resto del decennio: contenimento dei costi nominali (leggi salari e stipendi) con la concertazione e la politica dei redditi, elevazione della pressione fiscale al livello medio degli altri principali Paesi europei, conseguente abbattimento del disavanzo della pubblica amministrazione, stabilizzazione del cambio in vista della partecipazione all’unione monetaria europea.

In quel decennio cambiò profondamente il sistema politico-istituzionale, cambiarono gli atteggiamenti e i costumi degli italiani, cambiò il ruolo delle organizzazioni sindacali, cambiò il sistema bancario, cambiò la presenza dello Stato nell’economia. Non cambiò il sistema produttivo al quale, anzi, fu data la possibilità di perpetuare una impostazione strategica che tutti quei cambiamenti e la prospettiva dell’unione monetaria rendevano decisamente superata. Gli fu data la possibilità in primo luogo perché la profondità della crisi valutaria, la vastità delle pressioni speculative che la connotarono, e la dimensione inusitata del deprezzamento che la nostra moneta conseguentemente subì impressero alle imprese importatrici una spinta poderosa, interpretata come successo delle imprese stesse. Inoltre perché in quegli anni si modificò anche la cultura politica.

Il crollo della prima Repubblica e il ciclone di Mani pulite travolsero, con molti loro esponenti, le stesse istituzioni politiche rappresentative, a cominciare da partiti e sindacati, in contrapposizione al mondo delle imprese e agli imprenditori il cui successo in quegli anni era promosso dalla detta poderosa spinta data dalla svalutazione. Si diffuse così il convincimento che in Italia tutto fosse inefficienza e corruzione tranne l’impresa, l’imprenditoria, gli imprenditori.

Tutta la politica si orientò in questo senso, operando sulle componenti di competitività esterne alla impresa quando il problema, non foss’altro che per la evoluzione dei tempi, era nelle stesse connotazioni interne: piccola dimensione, struttura padronale, visione strategica di breve periodo, poca ricerca, scarsa capitalizzazione.

E così, quando la spinta della svalutazione ha cominciato ad esaurirsi (in un tempo simile a quelli dei cicli precedenti, a conferma che il sistema produttivo non era cambiato) i fattori presentati come responsabili erano, sono tuttora, sempre ed esclusivamente esterni: il costo del lavoro, poi il costo del denaro, poi la flessibilità, poi ancora l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche, e naturalmente le tasse. Si è fatto tanto: il costo del lavoro è tra i più bassi, di flessibilità ne è stata introdotta fino a farne un problema sociale, i tassi di interesse sono irrisori, molte procedure sono state semplificate, si progettano riduzioni della spesa sociale per fare spazio a una riduzione delle tasse. Ciò nondimeno il sistema produttivo continua inesorabilmente a perdere competitività come conferma, tra i tanti altri indicatori, il deterioramento della bilancia commerciale.

Chi ha interesse alla perpetuazione di questo stato di cose avanza la giustificazione dell’apprezzamento dell’euro. Si incarica di smentirli la circostanza che il saldo commerciale è la combinazione di un surplus nei confronti dei Paesi extra-europei (è l’Asia che tira) con un disavanzo verso il resto dell’Unione europea, vale a dire verso i mercati che hanno la nostra stessa moneta e che sono i più qualificati. Se ne evince che la radice del problema sta nella politica economica che negli ultimi anni si è realizzata. La negazione di questa evidenza non fa che consentire la progressiva accentuazione di un declino che anche i dati commerciali rendono inconfutabile.

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